Contro gli stereotipi, nasce il primo museo online sull’immigrazione in Italia

Si chiama Migrador Museum e raccoglie storie di coraggio e racconti di chi ha scelto il nostro Paese. Niente politica o ideologia, vogliamo ispirare e cambiare le opinioni di Giulia Dessì (Redattore Sociale)

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Un museo dell’immigrazione online per raccogliere le storie di tanti uomini e donne che hanno scelto l’Italia come Paese di destinazione. Si chiama Migrador Museum ed è un esperimento di comunicazione che porta il vissuto degli immigrati in primo piano. A raccontare le loro esperienze sono i protagonisti stessi che, parlando in prima persona, ci fanno entrare nella loro vita, descrivendo le motivazioni che li hanno portati nel nostro Paese e quelle che li spingono a restare. Storie diverse, il cui filo conduttore non è solo l’Italia,ma anche la determinazione a raggiungere, nonostante le difficoltà, traguardi importanti.

Così conosciamo Rudra, ragazzo indiano di Milano che, agli Stati Uniti, ha preferito l’Italia, dove riatterra nel 2011, «felice e sicuro di poter costruire ancora tante cose»; Roland, lavoratore ungherese cha ha fondato, a Roma, una società di corrieri in bicicletta, che non si chiede mai come starebbe in Ungheria se non fosse venuto in Italia; Maryan, figlia di un diplomatico somalo a Il Cairo, scappata negli anni ’70 con una sola valigia e ospitata in un Paese, l’Italia, che allora riconosceva solo i rifugiati provenienti dall’Est Europa.

Il progetto parte online, ma l’obiettivo a lungo termine è quello di fondare un museo vero e proprio. «È da 18 anni che ho in mente di realizzare un museo dell’immigrazione in Italia, da quando ho visitato il museo di Ellis Island a New York – dice Martino Pillitteri, ideatore del Migrador Museum -. Lì, ho avuto un impatto molto forte. Ci sono molte foto e ricostruzioni. Le immagini parlano. Mi ha colpito, come tecnica di comunicazione, scoprire che cosa c’è dietro una valigia». Per il momento i fondi non ci sono ma l’invito è aperto a fondazioni, pubbliche o private, interessate a dare vita, in Italia, a quello che esiste già a New York, Berlino, e Parigi.

Il materiale raccolto nel sito non è fatto solo di parole. Una galleria fotografica illustra i momenti importanti della vita dei nuovi arrivati. Ai testimoni, inoltre, è chiesto di identificare un oggetto che, per loro, ricopre un significato particolare perché portato con sé dal Paese d’origine. Alle storie vere si aggiungono anche i racconti di fantasia. Il primo racconta l’Italia del 2074 vista dagli occhi di Rania Hun, un’italiana di origini cinesi e arabe, sbigottita dalle procedure burocratiche per il permesso di soggiorno dei primi anni del millennio. «Anche questo è un esperimento, un nuovo codice di comunicazione che potrebbe essere efficace, quanto i fatti reali, nel seppellire i luoghi comuni di cui spesso sono oggetto gli stranieri che vivono in Italia», spiega Pillitteri.

Nel Migrador Museum non c’è posto per appartenenze politiche o ideologie. Le storie di successo di chi si è messo in gioco, e ce l’ha fatta, hanno il potere di ispirare, abbattere gli stereotipi, e cambiare le opinioni. Il progetto, infatti, si rivolge in particolare a chi, per diffidenza o per esperienza personale, vede l’immigrazione come un fattore che influisce negativamente sulla nostra società ed economia. «L’ascesa dell’interesse delle tematiche interculturali e dei processi immigratori nei media, nel mondo del lavoro, nella scuola, nella società civile, nella produzione letteraria, spezza la logica del gioco a somma zero dove un guadagno per gli uni rappresenta una perdita per gli altri», si legge nel sito.

12 marzo 2014

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