Contro la tratta, accanto alle donne “crocifisse”

È partita da piazza Santi Apostoli la singolare Via crucis organizzata da Comunità Papa Giovanni XXIII e Pastorale giovanile diocesana. Alla politica la richiesta di un piano anti tratta di Christian Giorgio

Fuma nervosamente, si morde le labbra. Non parla mai volentieri della sua storia. È stata tradita, Alessia, tante volte. La prima a 16 anni, in Romania, quando è stata venduta dai genitori a uomini di un’organizzazione criminale. Arrivata in Italia ha passato due mesi rinchiusa in una stanza, prigioniera dei suoi aguzzini, stuprata e picchiata a sangue. Una volta sbattuta sulla strada, le dicevano che se avesse guadagnato almeno 800 euro al giorno non l’avrebbero più massacrata di botte. Mentivano. Alessia ha passato cinque anni sui marciapiedi italiani, la sua è stata una Via crucis durata quasi 2mila giorni fino a quando, una notte, è salita sulla macchina di chi le ha chiesto «Come stai?» e non «Quanto costi?». Don Oreste Benzi ha salvato lei e tante altre ragazze nelle sue condizioni. «Questa sera siamo qui – ha detto venerdì 21 marzo da piazza Santi Apostoli don Aldo Bonaiuto, che è stato uno stretto collaboratore del sacerdote romagnolo – per dimostrare che dalla croce si può scendere e per dire basta alla tratta e alla violenza sulle donne».

Con don Aldo c’erano altre cinquemila persone. Insieme, hanno percorso le strade di Roma nella Via crucis “Per le donne crocifisse”, organizzata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e dalla Pastorale giovanile diocesana. Don Maurizio Mirilli, che dirige il Servizio del Vicariato, ha voluto sottolineare l’«importanza di coinvolgere i ragazzi romani per andare incontro alla sofferenza di tante loro coetanee vittime dello sfruttamento. Grazie ai giovani è possibile raggiungere più agevolmente quelle periferie del dolore che sono molto più vicine di quanto si possa pensare». Le strade buie, sulle quali si comprano i corpi delle donne, non sono tanto lontane da piazza Santi Apostoli, dove la Via crucis ha preso il via: «Il centro della città deve rappresentarne l’anima – ha detto monsignor Matteo Zuppi, vescovo per il Settore centro, che ha guidato la processione -, e questa città ha un’anima che condanna ogni violenza, in particolare quella infame praticata quotidianamente su tante donne». Dal cuore di Roma «possa nascere – ha concluso il presule – una speranza di liberazione, una forza d’amore che le liberi e che consenta a noi di essere sempre dalla loro parte».

Da piazza Santi Apostoli alla chiesa di Santa Maria in Traspontina, in migliaia hanno pregato dietro la grande croce che apriva il corteo, portata, di stazione in stazione, da diverse donne rappresentanti della società civile: giornaliste, magistrati, atlete, esponenti della politica. Numerose le associazioni e i movimenti cattolici che hanno aderito. Alla testa del corteo c’era anche Gloria. La sua croce è la sedia a rotelle sulla quale è stata costretta da quelli che sono stati i suoi sfruttatori e carnefici. Al termine della processione, è stato il ministro degli Affari Regionali Maria Carmela Lanzetta a consegnarle un mazzo di fiori. Al ministro, e agli altri rappresentanti delle istituzioni presenti, si è rivolto il responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, Giovanni Ramonda: «Si approvi subito un piano anti-tratta per sradicare il fenomeno alla radice; ai parlamentari chiediamo di superare le divisioni sostenendo la nostra proposta di legge e chiediamo a tutti, infine, di sottoscrivere la petizione on-line indirizzata al presidente del Consiglio». A Matteo Renzi la Comunità Papa Giovanni XXIII indica il cosiddetto “modello nordico”: vietare le prestazioni sessuali a pagamento e colpire i clienti.

«Spero che una manifestazione di questo genere – ha detto il sottosegretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace Flaminia Giovanelli – abbia una risonanza civile molto ampia perché si tratta di prendere coscienza di un fenomeno, quello della tratta, molto variegato». Gran parte delle persone «che vengono trafficate – ha riflettuto Giovannelli – sono avviate alla prostituzione ma ci sono anche i “nuovi schiavi” del lavoro e i bambini, strappati alle madri e caduti nelle mani di gente senza scrupoli». Don Fabio Rosini, direttore del Servizio diocesano per le vocazioni, ha sottolineato la dignità della vita, anche quella vissuta nell’orrore dello sfruttamento: «Vale la pena di dare la vita per queste donne che soffrono. Finché il maschio non sarà colui che è pronto a dare la vita per la sua sposa sarà la brutta copia di se stesso perché non riesce a vedere la meraviglia che c’è in ogni donna».

Oggi Alessia ha 27 anni. I tradimenti della vita se li porta ancora addosso, nei segni indelebili delle sigarette che le spegnevano sulla pelle quando era ancora schiava. Adesso, forse, quelle cicatrici fanno meno male. Grazie alla Comunità Papa Giovanni XXIII, ora studia, lavora, ha trovato il suo fidanzato. Da quando lui le ha detto che il passato non deve più pesare, e che ciò che conta, adesso, è il loro futuro insieme, Alessia crede di nuovo nell’amore.

24 marzo 2014

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