Cristiani perseguitati, fiaccolata contro il silenzio

La Comunità di Sant’Egidio e la comunità ebraica di Roma insieme per una fiaccolata contro l’odio religioso. Il sindaco Ignazio Marino ha chiesto la liberazione delle giovani rapite in Nigeria di Elisa Storace

«In tanti Paesi si assiste a una pulizia etnico-religiosa. Noi siamo qui per rompere il silenzio di fronte a questo fenomeno che spesso la coscienza pubblica non percepisce: un silenzio che uccide una volta in più». Così Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha sintetizzato il senso della fiaccolata che giovedì 15 maggio ha illuminato il Colosseo, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio con la Comunità ebraica di Roma, la partecipazione di Tg1, Corriere della Sera e del mensile Shalom. «Nel mondo – ha ricordato Raffaele Genah, vicedirettore del Tg1 – ogni anno 105mila persone muoiono a causa dell’odio religioso, una ogni 5 minuti».

Un lungo applauso ha accompagnato il ricordo dei nomi di padre Paolo Dall’Oglio e dei vescovi Mar Gregorios Ibrahim o Paul Yazigi, prigionieri in Siria, così come pure quelli di Aasiya Bibi, condannata a morte in Pakistan con l’accusa di blasfemia, e di padre Frans van der Lugt, ucciso a Homs. «Settant’anni fa – ha notato Giacomo Kahn, direttore del mensile Shalom – in Europa il nazismo tentò un progetto che si chiamava “Judenfrei”, che mirava a “liberare” l’Europa dagli ebrei; oggi questo stesso progetto viene perseguito in molti Paesi contro i cristiani».

Un’analogia ripresa anche nel messaggio fatto pervenire dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, letto dal rabbino Alberto Funaro, così come da Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, che ha notato come nel mondo si stiano compiendo dei genocidi senza che la comunità internazionale, esattamente come avvenne durante la Shoah, stia intervenendo, augurandosi che la pace possa prevalere anche in vista dell’imminente viaggio del Papa in Medio Oriente.

All’Olocausto si è richiamato anche Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera: «All’ingresso del memoriale della Shoah di Milano c’è scritto “Indifferenza”, perché quello che accadde iniziò proprio dall’indifferenza di chi guardò altrove, un errore che non deve ripetersi». Intense le testimonianze di Alganesh Fisseha, presidente della fondazione Gandhi, che lotta per liberare i migranti rapiti nel Sinai, e di Jad Batri, cristiano della Chiesa siro-ortodossa di Aleppo. «Sono arrivata oggi dal Sinai – ha raccontato Fisseha – dove abbiamo liberato 155 persone, per la maggior parte donne, maltrattate perché cristiane, scambiate come merci, violentate. A questo e a tutti i crimini come questo dobbiamo aprire il nostro cuore».

Nelle parole di Jad, la speranza che la preghiera possa portare la pace: «Anche se molti dei miei amici e parenti sono dovuti scappare e non pochi sono morti, cristiani e musulmani in Siria hanno vissuto in pace per secoli: dobbiamo pregare perché questo torni ad essere». Il sindaco Marino ha lanciato un appello per la liberazione delle giovani donne rapite in Nigeria dagli estremisti di Boko Haram: «Oggi il Colosseo si spegne perché le nostre coscienze si accendano, per questo facciamo nostra la grande mobilitazione che sta unendo il mondo intero: Bring Back Our Girls!».

16 maggio 2014

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