Dalla Piccola: fine vita, alleanza medico-paziente

Uno dei due presidenti di “Scienza & Vita”, genetista di fama mondiale, parla di alcuni dei temi di bioetica che stanno occupando lo spazio dei media di Francesco Lalli

I temi della bioetica non smettono di occupare con cadenza sempre più frequente lo spazio dei mass media. Delle tante questioni in gioco romasette.it ne parla con il prof. Bruno Dalla Piccola, genetista di fama mondiale e uno dei due presidenti dell’associazione “Scienza & Vita”.

Professore, dall’Inghilterra arriva la notizia della possibilità di una procreazione femminile che non si avvale del contributo del seme maschile. Il vostro giudizio come associazione?
Dal punto di vista antropologico si verifica una lacerazione tra generazione sessuale e genealogia della persona. Con il totale sconvolgimento delle relazioni fondamentali della persona umana. Pensiamo a tutte le ripercussioni di ordine psicologico e relazionale: la prospettiva di una riproduzione che non si avvale più dell’uomo e della donna priva l’essere umano di quei legami che si realizzano all’interno di una coppia e che sono a fondamento non solo della famiglia, ma anche della chiamata all’esistenza di una nuova vita umana. Infine, scegliendo la strada della produzione d’embrioni-riserva con patrimonio genetico sostanzialmente identico, in questo caso solo quello della donna che sarebbe al tempo stesso madre e padre, vi è un innalzamento altissimo del rischio di profonde alterazioni nella regolazione dei geni, con la possibilità, per nulla remota, della nascita di bambini con forti ritardi mentali e altre gravi anomalie.

Passiamo a un’altra questione, anche questa piuttosto recente. Il Tar del Lazio si è espresso con l’esclusione della diagnosi di tipo osservazionale sull’embrione, tecnica di per sé non invasiva. Questo secondo lei può aprire le porte alla diagnosi genetica preimpianto che è invece in contrasto con la legge n. 40?
Certamente costituisce una pericolosa apertura a quest’ultima procedura e potrebbe influenzare una revisione delle linee guida della legge stessa. Non posso entrare nella mente del legislatore, ma non capisco perché escludere la diagnosi di tipo osservazionale. Parliamo di una tecnica che si applica in casi molto particolari e molto delicati, basata su un’analisi microscopica che consente di prevenire situazioni comunque letali e che in ogni caso si svilupperebbero in aborti. Certo non è in grado di diagnosticare un gran numero di malattie genetiche, ma di fatto – e contrariamente a quello che si vuole far credere da parte di molti media – nemmeno la diagnosi preimpianto è una tecnica così affidabile. Per di più quest’ultima, a differenza dell’altra, può arrecare danni ed eliminare embrioni sani.

Molti al contrario vorrebbero farla passare per una diagnosi di “routine”.
Sì ho letto pareri in merito, ma non si tratta per nulla di una pratica comune e dopo 16 anni, di fatto, è stata applicata a poche migliaia di casi in tutto il mondo. I dati parlano chiaro: nel gennaio dell’anno scorso, e si tratta d’informazioni disponibili on-line, la Società europea d’embrionologia e fertilità ha fatto presente che questa diagnosi sul nostro Continente attualmente viene praticata in 45 istituti, con poco meno di 20mila embrioni concepiti in vitro. Di questi, alla fine, i nati sono stati 521, in altre parole il 2,6%. Un secondo problema è l’accuratezza di questa tecnica. Fare la diagnosi di una sola cellula è complesso e può evidenziare malformazioni che nello sviluppo successivo dell’embrione possono essere autocorrette (self correction). In questo modo si rischia di eliminare embrioni che potrebbero avere uno sviluppo sano.

Qual è il vostro parere sull’idea di una moratoria europea con cui sospendere subito gli esperimenti sulle cellule embrionali, lanciata da Eugenia Roccella sulle pagine di Avvenire?
Noi abbiamo aderito a quella proposta che ci pare una cosa molto sensata, anche se conoscendo l’Europa non mi faccio certamente illusioni. Si tratta di un’iniziativa che nasce all’indomani di una straordinaria scoperta annunciata da gruppi di scienziati americani e giapponesi: la riprogrammazione di cellule umane adulte. Si è visto, partendo dal modello dei topi, che “accendendo” 4 geni una cellula umana può essere riprogrammata e diventare simile a una cellula embrionale. Dal punto di vista pratico questo significa bypassare completamente l’utilizzazione delle cellule uovo e non distruggere gli embrioni per ricavarne cellule.

Sembra la soluzione del problema.
Il punto è che bisogna sempre fare i conti con il dio denaro. Io dico sempre che se non esistesse la commistione tra ideologia e interesse economico la genetica sarebbe una scienza perfetta.

Ovvero?
Esistono grossi investimenti su linee di ricerca su cui da tempo viene espressa perplessità da più parti e che, in seguito a questa scoperta, dovrebbero essere abbandonate. Questo significa perdite economiche molto rilevanti.

Per quanto riguarda, invece, le cosiddette “scelte di fine vita”, l’associazione Scienza & Vita ribadisce da tempo l’importanza di una nuova alleanza medico-paziente, base per una medicina moderna saldamente ancorata al concetto di persona. Non ritiene però che la sensibilità della classe medica sia ancora ben lontana dall’acquisizione di questo principio umanistico?
Sì, purtroppo penso di sì. Credo che la medicina debba recuperare dei punti di riferimento che si sono persi. Quando sono entrato nella facoltà di Medicina ne avevo uno in Albert Schweitzer. L’idea del medico che ha una missione, e che è capace di dargli concreta attuazione con la propria vita, costituiva un modello essenziale per un giovane che volesse intraprendere la strada del medico. Oggi vedo persone abbandonate a se stesse, medici poco disposti al dialogo con il paziente, mentre nelle facoltà di medicina mancano all’interno dei programmi temi dedicati alla deontologia, alle tecniche di comunicazione, ai punti salienti del dibattito bioetico. Di fronte allo scenario che abbiamo, il rischio è che nei prossimi cinque o sei anni il medico si trasformi in un genomicista, ovvero in un grande tecnologo, sempre più distaccato, che partendo dalla pura e semplice lettura del nostro genoma ci dica quale sono le malattie a cui andiamo incontro.

5 febbraio 2008

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