Depressione post partum, la solitudine è il nemico

Peracchi, fondatore dell’Aid: «Necessario valorizzare la mamma di fronte a se stessa». Di Leo, consultorio Al Quadraro: «Creare una rete per affrontare i primi giorni» di Antonella Gaetani

«Mi sentivo disperata, mi sembrava paradossale essere entrata in quel tunnel di angoscia, quando per anni mi ero immaginata la maternità come la più grande gioia della mia vita. I sensi di colpa per non riuscire ad essere una mamma serena ed equilibrata mi strangolavano sempre più in una spirale senza uscita». Così racconta Nicoletta, una giovane donna di Roma, mamma di due bambine, una di 5 anni e l’altra di 3. Come lei, molte donne soffrono di depressione post partum, un fenomeno che ogni anno colpisce circa 100mila neo-mamme. Spesso è un male silenzioso, negato non solo da chi ne soffre ma anche dalla famiglia. Di questo fenomeno si parla sempre quando sfocia in drammatici fatti di cronaca. Come nel caso della donna della provincia di Padova che, mamma per la seconda volta da appena tre mesi, sabato 21 novembre ha ucciso a coltellate il primo figlio di tre anni.

«La depressione post-partum è un fenomeno sottovalutato e pericolosamente trascurato», spiega Alessandro Peracchi, medico e fondatore nel 2004 dell’Aid, Associazione internazionale donne. «Esistono gradi più o meno gravi di depressione post-partum e in alcuni casi il termine è usato in maniera impropria. Talvolta si tratta solo di baby blues, che ha un’incidenza di circa il 70%, ed è caratterizzato da sintomi molto più lievi e meno diffusi nel tempo, generalmente limitati alle prime due settimane dopo il parto. É uno stato di malinconia, di lieve inquietudine e ansietà. La depressione post-partum, invece, da uno stato iniziale di affaticamento tende a passare a una condizione di scoraggiamento e di confusione, fino a uno stato di angoscia profonda che può generare anche attacchi di panico. Nei casi più gravi può addirittura scivolare in una forma psicotica».

Può colpire chiunque, anche se è opportuno considerare che ci possono essere agenti scatenanti connessi al vissuto emotivo, alla vita relazionale, alla condizione sociale della donna prima della nascita del bimbo. Maggiormente esposte sono le mamme con scarsa autostima, che hanno relazioni di coppia poco solide, che si trovano in situazioni economiche difficoltose e non hanno sufficiente supporto in famiglia. «L’intervento terapeutico degli specialisti dell’Aid – sottolinea Peracchi – non è orientato all’uso di farmaci antidepressivi ma piuttosto a un approccio che abbiamo definito “Terapia della tenerezza”, il cui tratto distintivo è la valorizzazione della mamma di fronte a se stessa».

Il fenomeno non è solo femminile, ma può colpire anche i papà, con un incidenza del 5%. «Il nostro intervento clinico cerca dunque di non partire mai da uno sguardo miope rivolto solo alla donna ma piuttosto si guarda alla realtà dei nuovi genitori come nucleo su cui edificare il benessere e la salute della famiglia». Per questo è attivo, dall’aprile 2008, il “Telefono Mamma” (06.98186518) che solo nel 2009 ha superato le mille chiamate.

A questo numero si è rivolta anche Federica dopo il parto. «Superata la gioia iniziale della nascita ho iniziato ad avvertire un’estrema stanchezza accompagnata da un senso profondo di svuotamento, un vuoto incolmabile. Con mia madre il rapporto è sempre stato molto frustrante: da parte sua sentivo sempre solo critiche e giudizi e anche in questa occasione non mancò di farmi sentire inadeguata e non all’altezza del nuovo ruolo di mamma. Anche mio padre metteva in discussione le mie capacità. Tutti questi messaggi di svalutazione erano ulteriori ferite che aumentavano lo squarcio che avevo avvertito dentro il mio corpo dopo la nascita di mio figlio».

«Complice della depressione – racconta Elisabetta Di Leo, psicologa del Consultorio familiare diocesano “Al Quadraro” – è la solitudine nella quale viene lasciata la donna subito dopo il parto, quando ritorna a casa, dove dubbi, incertezze e preoccupazioni la portano in un vortice di insicurezza che fa vivere la quotidianità con estrema fatica. La nascita di un bambino, infatti, porta numerosi cambiamenti significativi. Questo evento irreversibile ha con sé un periodo critico carico di stress, nel quale la neo-mamma si deve confrontare con un nuovo ruolo, nuovi compiti e nuove responsabilità, con ritmi e tempi incessanti, giorno e notte».

Parole che trovano conferma nell’esperienza di Alessia: «Nei giorni dopo la nascita, che mi ero sempre immaginati come la gioia più grande della mia vita, i miei sentimenti erano: senso di inadeguatezza, ansia per il futuro, stanchezza e anche senso di colpa per non riuscire a provare la grande gioia che avevo sognato. Al ritorno a casa, quei sentimenti e quelle emozioni si sono rapidamente trasformati in una profonda angoscia che lentamente ha ingoiato la gioia, la commozione, l’immenso orgoglio che avevo provato solo nei primi istanti».

«L’esperienza insegna – commenta la dottoressa Di Leo – che è di fondamentale importanza creare una rete che possa contenere i primi momenti del post partum, che non sempre sono così idilliaci e pieni di gioia e d’amore come ci si aspetta».«La depressione evidenzia un problema nella coppia. Spesso l’uomo non comprende la donna e non sa cosa fare – evidenzia la psicologa Liliana Simili -. I papà sono ansiosi di vedere il figlio, ma quando nasce non sanno gestire questa nuova presenza e spesso entrano in competizione con il bambino, soprattutto se maschio. C’è una sottile gelosia. La donna spesso si trova nel mezzo di questo conflitto. Per questo anche i papà devono avere un periodo di gestazione che li porti a mettersi in discussione per essere pronti a vivere la paternità. Bisogna capire che c’è una differenza tra il figlio immaginato e quello reale. Nella mente della donna il figlio è già cresciuto, mentre quando nasce è molto piccolo, per questo la mamma vive un senso di distacco. Ed è necessario un contesto di grande amore e attenzione».

30 novembre 2009

Potrebbe piacerti anche