Dipendenze comportamentali, vero «allarme sociale»

Intervista a Fabrizio Fanella, psicoterapeuta e responsabile dell’associazione “La promessa”, che si occupa di patologie di addiction da sostanze e non solo, come il gioco d’azzardo di Laura Badaracchi

Un nome, una garanzia. Si chiama “La promessa” l’associazione presieduta dal dottor Fabrizio Fanella, psicologo e specialista in psicoterapia, responsabile sanitario e fondatore nel 1994 dell’associazione “La promessa”. Esperto nello studio e nel trattamento delle dipendenze da alcol e da sostanze psicoattive, dirige il periodico scientifico “Dipendenze patologiche-Addictive disorders”, quadrimestrale edito dalla Alpes. Lo stesso editore che ha pubblicato “Il trattamento terapeutico-riabilitativo della dipendenza patologica alcol – cocaina – gioco d’azzardo patologico”, volume fresco di stampa curato dallo stesso Fanella, presentato lo scorso 18 febbraio nell’ambito del 15° Congresso di psichiatria promosso dalla Società italiana di psicopatologia.

Dottor Fanella, il volume è il frutto di un’esperienza clinica e terapeutica decennale che si è svolta nel Day Hospital di Psichiatria clinica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Può sintetizzare gli elementi salienti di questo lungo percorso?
Nel 2001 iniziammo questa collaborazione per gli alcolisti e poi, via via, ci siamo trovati a dover rispondere alle richieste di cure di altre patologie: disturbi alimentari psicogeni, eroina, cocaina e poi il gioco d’azzardo, tabagismo e la dipendenza da internet.

L’area delle dipendenze patologiche si è purtroppo allargata: non solo alcolismo e abuso di sostanze psicotropee, ma anche dipendenze comportamentali, come il gioco d’azzardo patologico e l’internet addiction. C’è un profilo dei nuovi dipendenti, oppure dal vostro osservatorio emerge una trasversalità (di fasce d’età, di estrazione sociale, di sesso) nell’abuso?
Oggi la differenza si è allargata a queste patologie di addiction senza sostanze, appunto. Nel gioco d’azzardo la maggior parte dei nostri casi appartiene a una fascia d’età che va dai 30 ai 50 anni, con ampia predominanza del sesso femminile; per i dipendenti da internet abbiamo una stragrande maggioranza di adolescenti maschi.

Nel libro vengono focalizzate soprattutto le sostanze «alcol» e «cocaina», oltre al comportamento patologico del gioco d’azzardo, che oggi «assumono sempre di più dimensioni preoccupanti per la salute pubblica», scrive nella prefazione Pietro Bria, direttore dell’Istituto di psichiatria e psicologia alla Cattolica. I vostri pazienti vi consentono di delineare uno spaccato della situazione sociale a riguardo?
Sì: a grandi linee, naturalmente. Oggigiorno sono queste le dipendenze più diffuse e con forte allarme sociale. Le preoccupazioni per la salute pubblica nascono anche dai forti costi sociali e assistenziali. Purtroppo in Italia manca ancora un serio e capillare piano d’intervento sulla prevenzione primaria: nelle scuole, ad esempio, si dovrebbe incidere con massicci e costanti investimenti sugli adolescenti.

Al Day Hospital di Psichiatria clinica viene adottato un «approccio multidisciplinare»: in cosa consiste?
Nel combinare un intervento multimodale che contempla gli aspetti medici, psicologici e socio-familiari. Questo modello integrato è la base per un efficace intervento riabilitativo della persona malata.

Avete avviato anche un progetto per la cura del tabagismo e per persone con dipendenza da internet: come intervenite, rispettivamente, in questi casi?
Con lo stesso intervento che si usa per gli alcolisti o per i cocainomani: naturalmente c’è un adattamento sulla tipologia specifica. L’assunto di base è che il dipendente è una persona malata perché non riesce più a controllare la propria attrazione verso la sostanza o il comportamento, generando uno scompenso psiconeurobiologico dei meccanismi del piacere.

Il vostro lavoro sul campo conferma che si può uscire dalle dipendenze. Quale il percorso che suggerite ai pazienti? E quale il coinvolgimento delle loro famiglie?
Il percorso richiede una prima fase di accoglienza e motivazione al trattamento; poi una seconda fase di intervento ai gruppi specifici; da ultimo, una terza fase di consolidamento e mantenimento degli obiettivi raggiunti con il coinvolgimento dei familiari.

Secondo la sua esperienza umana e professionale, come le diverse agenzie educative (famiglia, scuola, chiesa, associazioni) possono contribuire alla prevenzione delle dipendenze?
Tantissimo. Sarebbe auspicabile passare dalla politica delle parole e delle buone intenzioni alla politica del fare: tutte queste realtà educative hanno scarsissimi mezzi – e non solo economici – nella realizzazione coordinata di un efficace piano di prevenzione primaria.

21 febbraio 2011

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