Don Andrea, il ricordo di monsignor Paglia

Il vescovo di Terni, che studiò in seminario con don Santoro: «È vissuto per quella morte, era la sua missione» di Francesco Lalli

«L’attenzione per le Sacre Scritture, l’ascetismo, la devozione al Papa, alla Madonna, all’Eucaristia. Se si risale agli anni di formazione di don Andrea si ritrovano i tratti fondamentali della sua esperienza sacerdotale». A sottolinearlo è monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, che con don Santoro ha condiviso molto più delle comuni origini ciociare. «Io sono di Frosinone e lui era di Priverno. Vivemmo insieme gli anni al Seminario Romano Minore e poi al Maggiore – ricorda – e ho di lui il ritratto di un uomo schietto, anche solare per molti versi, asceticamente severo, esigente nella formazione e mai banale. La nostra amicizia si rafforzò in mezzo a vicende difficili come quelle della fine degli anni ’60 che coinvolsero, oltre il seminario, molte parrocchie romane e portarono in molti, tra noi sacerdoti, una sorta d’inquietudine, riflesso dei tempi».

Roma stessa di lì a qualche anno verrà attraversata da fenomeni nuovi come la costruzione dei grandi agglomerati urbani in periferia, o drammatici, come i fatti di sangue delle Brigate Rosse. «Nel contempo però – sottolinea il vescovo Paglia – era un periodo di grande fermento spirituale. La ventata di novità portata dal Concilio Vaticano II, le nuove prospettive esegetiche che si andavano affermando, un’apertura al mondo che derivava dalla grande influenza di Paolo VI, si andavano imponendo all’attenzione dei giovani preti». «Rammento in proposito un viaggio che facemmo con pochissimi soldi a Londra proprio in quel periodo. C’era un bisogno di confrontarsi con il mondo e, nel contempo, un bisogno di radicalità nel modo di vivere la propria vocazione sacerdotale». «Quest’ultimo aspetto – riprende il presule – marchiò in modo particolarmente indelebile il carattere di don Andrea e credo sia alla base della sua decisione di partire per la Turchia. Solo lì poteva trovare la risposta a questo bisogno che non riusciva a soddisfare nell’ordinarietà della parrocchia».

L’ultimo capitolo, il più drammatico, è ammantato da un dolore che nel tempo si è fatto consapevolezza: «Quando ho appreso della sua morte ho capito di essere stato vicino a un martire senza rendermene conto». «Don Andrea è vissuto per quella morte – spiega ancora monsignor Paglia – quella era la sua missione e ciò spiega il mistero della sua esistenza, anche le incomprensioni che spesso l’hanno accompagnata. Sentiva l’urgenza dei confronti di una cristianità che andava scomparendo proprio in un luogo dove si poteva cogliere il suo inizio geografico. Tutto ciò ha a che fare con Roma. Perché è impossibile vivere qui senza sentire le proprie radici anche in quei luoghi. Io stesso da giovane ho compiuto un viaggio in Turchia e fui io a raccontare a don Andrea il fascino indescrivibile di quei luoghi».

Ma quale eredità lascia don Santoro con il suo sacrificio nei confronti del dialogo interreligioso? «Andrea ha segnato, partendo da un amore disarmato e con chiarezza straordinaria, l’imperdibile fraternità tra Roma e l’Oriente, l’indispensabile dialogo con l’Islam e la radicale unione con Israele», risponde monsignor Paglia, che aggiunge: «La sua morte è un dono di Dio per la fraternità dei popoli e per la Chiesa di Roma. Personalmente, oltre all’emozione e alla responsabilità di preservarne la memoria, vorrei che la sua figura fosse proposta come modello ai sacerdoti di oggi».

22 gennaio 2007

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