Fermare la persecuzione: un commento del Sir

Un atto di giustizia tutelare la presenza, la storia e le prospettive della comunità cristiana nel Medio Oriente di Francesco Bonini (Sir)

È ancora guerra, in Terra Santa e in Libano. È la guerra trasversale delle formazioni estremistiche, che esprimono un partito della guerra che soffia sul fuoco, per interessi propri o per gli interessi eterodiretti, da un lato delle reti terroristiche, dall’altro di quelle potenze regionali che non hanno interesse alla composizione dei conflitti. Di qui la crisi palestinese, la guerra civile a Gaza, la nuova fase della crisi libanese.

Con l’impressione che tutto tenda a frammentarsi, che si moltiplichino frange non controllabili, che nessuno possa più illudersi di trovare il bandolo della logica anche militare, se non si decide di cambiare registro. La sindrome irachena (o afgana), con la dissoluzione dello Stato che lascia spazio a poteri di fatto vecchi e nuovi e difficilmente componibili, investe i territori e minaccia ormai da vicino lo stesso Libano. Si moltiplicano così le violenze e ne consegue un clima di insicurezza. Con una prima certezza: che i cristiani rischiano di essere le prime vittime, che la presenza cristiana rischia di essere un obiettivo condiviso dalle frange estremistiche più attive.

In Iraq si moltiplicano le violenze contro i cristiani, con l’obiettivo di cancellare questa storica presenza dalla mappa sociale del Paese. Si tratta di una vera e propria persecuzione, che ha ormai più che dimezzato il numero dei cristiani. Ecco allora prima di tutto che è necessario prendere provvedimenti. Deve muoversi l’opinione pubblica, in tutto il mondo e prima di tutto proprio qui, in Europa e in Italia. È un atto di giustizia, nonostante vecchie pigrizie ideologiche: si tratta di tutelare fisicamente una comunità come via imprescindibile per promuovere concretamente il valore della pace, della fraternità e dunque della libertà religiosa. La presenza, la storia e le prospettive della comunità cristiana, non solo in Iraq, ma in tutti i Paesi del Medio Oriente, a partire ovviamente dalla Terra Santa, valgono infatti non solo per se stesse, ma anche come segno. L’esistenza di queste comunità dimostra che un orizzonte di pace è possibile, che un orizzonte di convivenza è la norma, che il disegno dell’integralismo è prima di tutto un grave attentato al profilo della stessa società araba.

Il sangue dei martiri non è mai vano, dà frutti copiosi e non solo in termini religiosi, di testimonianza. Per questo il Papa, nel momento in cui denuncia la situazione, disegna l’unica prospettiva per l’intera regione: «Busso al cuore di coloro che hanno specifiche responsabilità perché aderiscano al grave dovere di garantire la pace a tutti, indistintamente», liberando tutta la regione «dalla malattia mortale delle discriminazione religiosa, culturale, storica o geografica». È il primo presupposto di una pace possibile.

28 giugno 2007

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