Gang col coltello, «trasgredire per affermarsi»

Il professor Mario Pollo, docente di Pedagogia sociale alla Lumsa, commenta gli episodi di violenza che hanno visto, nella Capitale, protagonisti giovanissimi. «La banda come surrogato della famiglia» di Massimo Angeli

L’ultimo episodio è avvenuto l’altra mattina all’Ostiense, dove un quindicenne è stato rapinato da alcuni coetanei e ferito con un’arma da taglio. Pochi giorni prima scena simile in via del Corso, dove due bande di ragazzi erano pronte a sfidarsi, coltelli in pugno. Episodi analoghi si sono verificati nelle ultime settimane al Prenestino, a Tor Bella Monaca, a Testaccio, dove per un apprezzamento di troppo rivolto ad una ragazza c’è “scappato” pure il morto. Rubano per divertimento e violentano per noia, né criminali incalliti né malati di mente. Ragazzi all’apparenza normali, spesso giovanissimi e di buona famiglia, col coltello in tasca e gli amici nel branco. Di “gang” minorili parliamo con il professor Mario Pollo, docente di Pedagogia sociale alla Lumsa.

Professore, nelle ultime settimane si sono moltiplicati episodi di violenza perpetrati da gang minorili. Un fenomeno falsato dai media o veramente in ascesa?
I media amplificano sicuramente il fenomeno, ma quello delle bande minorili è un problema reale. Anche se non in forma di vere e proprie bande, i ragazzi frequentano spesso gruppi di pari età dove la trasgressione è un fenomeno normale, dove trasgredire è una maniera per essere riconosciuti parte del gruppo.

Ma perché ad un certo punto, da forme di trasgressione più o meno tollerabili, si passa a forme di vera e propria violenza?
Un elemento è legato all’affermazione di un leader con tendenze alla sopraffazione che, in qualche maniera, riesce a condizionare tutto il gruppo. Un secondo motivo è la noia, il senso di vuoto nella propria vita, il desiderio di affiorare alla visibilità.

Quali sono le radici profonde di tutto questo?
Oggi il passaggio dalla vita infantile a quella adulta avviene nel gruppo di pari età. È questo che governa il distacco dalla dipendenza familiare e la conquista dell’autonomia. Prima c’era il padre e l’insegnante, oggi c’è il gruppo. Purtroppo la famiglia nella nostra società svolge soltanto un ruolo di protezione, di soddisfacimento dei bisogni, di realizzazione dei desideri. Il padre non svolge più il ruolo che gli compete, staccare il figlio dalla protezione della madre e traghettarlo nell’età adulta. Se questo passaggio avviene nel posto sbagliato abbiamo i risultati che conosciamo.

Le gang minorili sono, quindi, un surrogato alla mancanza di rapporti significativi?
Esatto. In questi gruppi i rapporti sono spesso molto elementari, ma molto significativi da un punto di vista esistenziale. A scuola e in famiglia i ragazzi vivono sovente relazioni “standard”, che non fanno emergere la persona nella propria unicità. A scuola i ragazzi sono giudicati solo per le prestazioni scolastiche, a casa avviene grosso modo la stessa cosa, giudichiamo i nostri figli per i voti che riportano in pagella, di rado per la loro identità più profonda.

Ma perché il gruppo, perché il branco?
Nell’adolescenza i giovani cercano di definire la propria identità, i confini del proprio io. Ma l’io non può essere definito in assenza dell’altro, l’io ha bisogno del noi. Un secondo motivo deriva dal fatto che il gruppo rappresenta una forma di trascendenza, un modo elementare per andare oltre la propria soggettività. E la trascendenza è un bisogno umano fondamentale, l’uomo non si compie senza l’altro.

Cosa si può fare per arginare il fenomeno?
L’unica strada è di educare i giovani a cercare il senso più profondo della propria vita, aiutarli ad uscire dall’individualismo e dal consumismo, fargli capire che l’uomo non è solo un tubo digerente, che non è fatto solo di desideri da soddisfare. Si tratta di un grosso lavoro culturale, ma per fortuna abbiamo molte vie da seguire. In primo luogo favorire la ricomparsa di una vera figura paterna, che accoglie e che educa. Poi aprire nel territorio luoghi di aggregazione positiva, dove i giovani possano sperimentare lo stare con gli altri in modo protetto. Molto importanti possono essere gli educatori di strada, quelli che entrano in contatto con i gruppi sul territorio per aiutarli a prevenire forme di devianza.

Con la famiglia in crisi, a chi tocca fare qualcosa?
Penso che una grossa responsabilità ricada sugli enti locali. Questi possono fare molto per realizzare politiche educative diffuse. Collaborare in maniera progettuale con famiglie ed associazioni, offrire spazi e momenti di aggregazione.

Un consiglio per i genitori? C’è qualche spia che dovrebbe allertare sui comportamenti dei loro figli?
Purtroppo no, perché, sin da piccoli, i ragazzi sviluppano identità multiple per quando sono con i genitori, a scuola o con gli amici. L’unico consiglio è quello di coltivare, sin dalla tenera età, l’arte del dialogo. I ragazzi devono imparare che i genitori non sono dei giudici ma persone che sanno ascoltare e capire. Che non li condannano senza averli sentiti, che sanno perdonare e che non smettono mai di amarli.

28 aprile 2009

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