Giocare a papà e mamma: le aspettative sulla coppia nell’infanzia

di Angelo Peluso

Il mondo dell’infanzia è sempre estremamente affascinante e misterioso: spesso ritroviamo dei comportamenti che è difficile attribuire a dei bambini e rimaniamo stupiti per quanta maturità possa emergere a dispetto della tenerissima età. Del resto è altrettanto vero che nei primi 10 anni di età si scrive una parte importante della storia di ogni persona: è solo la superficialità di molti adulti che spinge a trascurare questo periodo della vita, non capendo che molte esperienze negative di questi anni si ripercuotono negli anni futuri.

È sempre eclatante come ogni bambino rifletta inevitabilmente la storia dei propri genitori e come in ogni gioco, disegno o racconto ripeta puntualmente le emozioni positive o negative che ha vissuto in famiglia. Gli studiosi della famiglia hanno sempre sottolineato come necessita impedire che la coppia genitoriale “scarichi” sui figli le sue contraddizioni e i suoi conflitti: l’esperienza ci insegna, però, che molti bambini sono prigionieri di “vincoli di lealtà” a cui sono stati costretti da uno dei genitori o da entrambi. Il dovere invece è quello di favorire la creatività sin dalla primissima infanzia.

Nella favola del “Piccolo Principe”, a un certo punto, durante il dialogo con la volpe a cui chiedeva di giocare con lui, questa risponde: «Non posso, non sono addomesticata». «Ma cosa vuol dire addomesticare?», chiese il Piccolo Principe. E la volpe risponde: «È una cosa da molti dimenticata, vuol dire creare legami, fino ad ora tu per me non sei che un ragazzino uguale a mille altri, ma se tu mi addomestichi, sarai per me unico al mondo ed io per te unica».

Quando manca questa “esclusività affettiva”, si tende nel tempo ad avere maggiore difficoltà ad accettare un’altra persona nel nostro mondo. Le fantasie infantili sull’amore saranno perciò “macchiate” da quel “calore negato” e creeranno sfiducia verso l’intimità.

Purtroppo queste riflessioni le possiamo desumere dalle storie di molti adolescenti e di molte coppie: la fotografia dei malesseri affettivi vissuti nell’infanzia rimane stampata in modo quasi indelebile molto più di dolori successivi, sui quali è più facile che la persona possa trovare spiegazioni razionali. Anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini ha più volte ricordato come il cervello venga fortemente modellato da quelle esperienze precoci.

Dobbiamo inoltre pensare a come subiscano condizionamenti i cosiddetti “bambini non voluti”, che talvolta devono portarsi dietro “una colpa” che non si sono cercati. È malinconico dover parlare di queste cose, ma la realtà è dura e ci insegna purtroppo che il maltrattamento non è una “teoria psicologica” o storia di un passato lontano. I più elementari bisogni dell’attaccamento vengono “tagliati” duramente, impedendo al piccolo di sviluppare un’identità personale positiva : comincerà a costruirsi un’idea negativa dell’amore, della vita, del prossimo e inevitabilmente in età adulta riproporrà a sua volta modelli negativi e insensibilità.

Lo stesso grave dolore lo si può riscontrare in quei bambini che hanno avuto tutto materialmente tranne le vere attenzioni di cui hanno bisogno. Si pensi ancora ai bambini che hanno vissuto in un clima di indifferenza: avranno sempre difficoltà ad accettarsi e ad accettare di relazionarsi perché si metteranno in moto meccanismi di rifiuto.

Ho ancora più imbarazzo emotivo a parlare del destino dei bambini che hanno subito abusi sessuali: per fortuna oggi se ne parla molto e ci sono centri molto qualificati di aiuto, tuttavia è forte il segno che possono lasciare queste esperienze soprattutto quando sono state “schiacciate” dentro di sé per la paura di parlarne ad altri.

Le ricerche sull’attaccamento sono state molto illuminanti per capire i criteri su cui si sviluppa la personalità. Sinteticamente due delle tante possibili situazioni sono quelle in cui il genitore trasmetta o meno positività al piccolo. Un genitore che trasmette sicurezza favorisce la fiducia del bambino nelle sue possibilità; questo lo aiuterà a sentirsi accettato dagli altri per cui sarà capace di amare e essere amato nel modo più sereno.

Diversa è la situazione del bambino che riceva scarsa fiducia dal genitore. Nel tempo si sentirà “non degno di amore” per cui metterà in atto continue richieste di rassicurazione per compensare l’ansia di possibili abbandoni. Nella vita adulta sono simili a coloro che chiedono ossessivamente “rassicurazioni d’amore” al partner, col risultato di ricevere continui rifiuti proprio per la pesantezza del clima che si crea.

Desidero concludere, però, col messaggio di speranza che ognuno di noi può far invertire la rotta di tanti malesseri. Basta poco talvolta per dare a molti bambini quel “sorriso negato” e una carezza in più che rappresenta una speranza alternativa.

4 settembre 2009

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