Giovanni Bollea: La complessità dei bambini e la curiosità dei genitori

Per il neuropsichiatra infantile, nel rapporto madre-padre il segreto dell’educazione dei figli e la possibilità di introdurli nel mondo di Mariaelena Finessi

Dalla parte del bambino. Mai con la violenza, fisica o psicologica. Ne parla Giovanni Bollea, nato a Cigliano Vercellese nel 1913, considerato il più illustre neuropsichiatra infantile italiano. Professore emerito presso l’Università “La Sapienza” di Roma, fondatore e direttore dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, Bollea affronta diversi temi. Dall’educazione dei figli all’informazione, senza tralasciare il ruolo prezioso che la famiglia ha nell’introdurre il bambino nel mondo : «Scommettiamo tutto sul rapporto madre-padre perché non abbiamo altre possibilità».

Quanti tipi di violenza esistono, professore?
Tenendo da parte l’abuso sessuale, poiché è da considerare un fatto anomalo, possiamo distinguere una violenza psichica da una fisica che, nonostante la modernità, continua ad esistere ed è praticata in tutti gli ambienti, anche in quelli alto-borghesi. Ma senza arrivare ad ipotizzare il caso delle percosse vorrei fare una riflessione sullo “schiaffo”, che io odio per un duplice motivo. Il primo è che colpisce una zona molto delicata qual è quella zigomatica: un trauma del genere può produrre seri danni cerebrali. Il secondo motivo è che lo schiaffo non è mai educativo, bensì offensivo poiché diretto contro la personalità.

Maltrattamento fisico, sì, ma anche le parole, professore, sanno procurare dolore…
Bisogna capire che uno dei compiti maggiori dei genitori, in modo particolare del padre, è aumentare l’autostima del bambino. Il padre è la via attraverso cui si entra in società. Non bisogna trovare sempre da ridire, bensì rincuorare: «Un’altra volta lo farai bene». Ripetere di continuo «non fare questo» crea un senso d’inferiorità nel bambino, che a un certo punto perde la “sicurezza del fare”. Quante cadute scolastiche dipendono dal venir meno dell’autostima? E allora si sente dire «io non lo so fare».

Qual è l’approccio migliore, dunque? Cosa dire a un bambino?
Una correzione, anche di una piccola mancanza, non deve essere punita con la violenza, ma va spiegata. Il genitore deve riconoscere che esiste la “possibilità di sbaglio”. In qualche modo deve vestire i panni del capo-ufficio andando alla ricerca dei “perché”, proprio come fanno i bambini. Indagare, dunque, ed essere obiettivo.

Un bambino che ha subito maltrattamenti che adulto sarà?
Può darsi che sia un adulto che voglia sempre difendersi, che abbia paura di sbagliare, che abbia una cattiva stima di se stesso, oppure può diventare un ribelle che accetta, sì, lo schiaffo ma dicendo «un giorno lo darò io». Una violenza che si manifesterà nei rapporti fuori casa.

Il ruolo della società?
Sono tante le cose che determinano l’aggressività di un essere umano: il tipo di lavoro che fa, le frustrazioni vissute nella giornata, e non solo nei rapporti con i superiori ma anche con i colleghi. Magari è anche stanco del viaggio. Tutto vero se parliamo di una famiglia piccolo borghese, peggio è se la famiglia si trova al limite della sopravvivenza, con un padre che torna a casa con la sensazione di non aver guadagnato. È difficile, alla fine, per l’uomo che lavora essere in equilibrio con se stesso e quindi con i propri cari.

Il ruolo dell’informazione: il bambino non fa notizia se non nella misura in cui è un prodigio, un attore o vittima di un omicidio. Solo a quel punto lo si sbatte in prima pagina. Professore, dei diritti del fanciullo nessuno parla…
Questa è la verità. Io mi sono battuto tanto perché sui giornali ci fosse una pagina dedicata ai bambini, alla loro positività. Invano. È stato calcolato che prima dei dieci anni un bambino americano vede 7mila uccisioni in tv. Viviamo in un mondo violento. I figli hanno bisogno, allora, di un padre che dia loro tranquillità, che blocchi l’accumulo di violenza che il bambino ha conosciuto. Si tratta di una violenza appresa, contro la quale il padre deve erigersi come uno spartiacque e dimostrare che il mondo non è tutto così.

Probabilmente il primo nodo da sciogliere riguarda il significato che l’adulto attribuisce oggi al bambino che, sempre più spesso, viene considerato come “risorsa” per la televisione, per la pubblicità, e non come “persona”.
Il bambino è un essere complesso. A volte egli stesso è schiavo di questa sua complessità. Ha tante cose dentro. Il padre, con molto tatto, deve sapere senza voler sapere troppo. Mi spiego: il bambino ha i suoi tempi per dire le cose e raccontarsi. Ciò che serve, allora, è la curiosità. Chiedere ma per il piacere di conoscere. In fondo il termine “educare” viene dal latino educere, guidare. Ecco il segreto: il padre deve essere guidato dal figlio a conoscere il figlio (con l’aiuto della madre).

17 ottobre 2005

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