Giovanni Paolo II, un santo in contemplazione tra gli uomini

A San Tommaso Moro, monsignor Paolo De Nicolò, il medico personale Renato Buzzonetti e il giornalista Luigi Accattoli hanno raccontato la santità nei gesti quotidiani del Papa polacco di Antonella Pilia

Il profondo attaccamento a Gesù e alla Vergine Maria, l’attenzione verso i giovani, il perdono intelligente e la preghiera contemplativa, a tratti mistica. Sono i temi scelti dal vescovo Paolo De Nicolò, reggente emerito della Prefettura della Casa pontificia, per raccontare la figura di san Giovanni Paolo II a un pubblico composto soprattutto da giovani universitari che, sabato 3 maggio, affollava il salone parrocchiale di San Tommaso Moro, nel quartiere San Lorenzo.

Una settimana dopo la canonizzazione, monsignor De Nicolò ricorda con emozione i 20 anni vissuti accanto al santo polacco, del quale sottolinea l’«ansia evangelizzatrice» che ha prodotto «la formula collaudata, apprezzata e valida delle Giornate mondiali della gioventù». La sua fede robusta affondava le radici nell’«affidamento profondo e filiale alla Madonna, riassunto nello stemma Totus Tuus, e nella concezione di Gesù vicino, salvatore, totalità di ogni bene da condividere con gli altri». Attaccamento testimoniato anche dalle frequenti «espressioni di tenerezza usate per rivolgersi in privato con Gesù presente nel tabernacolo», riferisce il presule. Giovanni Paolo II era «un uomo contemplativo», con il rosario sempre in mano, e con qualche tratto mistico secondo monsignor De Nicolò, che testimonia «la sua capacità di dirigere l’attenzione a due cose contemporaneamente». Egli, infine, fu in grado di calare la religiosità nella realtà della vita, concedendo il «perdono totale e immediato» al suo attentatore Ali Agca ma chiedendo che venisse accertata la verità su quel tragico episodio.

Del santo Pontefice polacco, il professor Renato Buzzonetti è stato invece medico personale per ben «26 anni, 5 mesi e 17 giorni», l’intero arco del suo pontificato. «Il Papa non amava affatto essere visitato e si cercava di evitargli questi incontri il più possibile», racconta Buzzonetti, regalando alcuni aneddoti del singolare rapporto medico-Papa. Come quando comunicò al Pontefice che voleva lasciare il suo incarico per problemi di salute e lui «non rispose nulla, ma poi fece inserire il suo nome nell’elenco delle persone per cui pregava tutte le mattine». Un ricordo particolarmente commovente è poi quello relativo al febbraio del 2005, quando il Papa, al culmine della malattia, si sottopose all’intervento di tracheotomia che, migliorando la respirazione, l’avrebbe però privato della voce. Era in uno stato di «spoliazione fisica estrema», osserva Buzzonetti. Non potendo parlare «chiese un foglio e scrisse con un pennarello verde “Cosa mi hanno fatto? Ma Totus Tuus”. Quel “ma” è la cerniera con cui l’uomo di Dio capovolge la situazione e la accetta completamente e c’è tutta la santità di Giovanni Paolo II».

Dal canto suo, il vaticanista Luigi Accattoli, che di Papa Wojtyla è stato anche biografo, mette in luce la sua «capacità di stare per intero davanti a Dio e per intero davanti agli uomini». Il suo è stato «un pontificato straordinario, al quale è stato preparato da circostanze altrettanto straordinarie»: a partire dalla «precoce conoscenza della sofferenza e dalla scelta della solitudine celibataria» che, invece di indurlo alla chiusura, «lo hanno aiutato a comprendere meglio le angosce altrui». La testimonianza di come ha affrontato la malattia e la sua stessa morte hanno «contagiato» tante persone, prime lontane dalla fede, ha concluso Accattoli, il quale ha per questo parlato di una «santità diffusiva che converte» di Papa Wojtyla, probabilmente all’origine dell’estrema rapidità della sua canonizzazione.

5 maggio 2014

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