Giulio Base: serve passione per fare l’attore

A colloquio con il vincitore del Premio Tv per la migliore regia televisiva con «Don Matteo» e dal 2006 ospite del ciclo «Ritratti di Santi». I consigli ai giovani che vogliono cimentarsi nella recitazione di Michela Altoviti

Attore e regista impegnato, ma anche uomo di fede. Giulio Base è intervenuto martedì al primo dei «Ritratti di Santi 2012», ciclo organizzato dal Movimento ecclesiale carmelitano nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Ha declamato alcuni brani, scelti dalle opere teologiche di padre Antonio Maria Sicari, sulla vita del Servo di Dio Rosario Livatino, giudice ucciso dalla mafia nel 1990.

Quanto è importante raccontare la vita dei santi? Oltre a Livatino, ha dato il volto, per la fiction, anche ad altre figure come Padre Pio
Fin dall’inizio, dal 2006, ho partecipato al percorso quaresimale «Ritratti di Santi». Ogni volta ne traggo giovamento e ricevo più di quanto io non riesca a dare all’uditorio attraverso la mia voce. L’emozione è grande in una chiesa così bella con tanto silenzio e raccoglimento. Si tratta di un’occasione speciale, per chi crede, per riflettere su che cosa significhi, davvero, essere cristiani e l’esempio di certe figure non può che aiutarci e illuminarci. Questo dovrebbe valere anche per le fiction di stampo religioso che, se fatte bene, innescano una risposta forte nel pubblico e la voglia di sentirsi raccontare storie fatte di valori edificanti, capaci di far tendere ognuno di noi alla santità.

Proprio in questi giorni ha ricevuto il Premio TV per la miglior regia televisiva con Don Matteo. Qual è il segreto di questo costante successo?
Sono molti gli elementi, ma io credo che primariamente si debba dire grazie al protagonista, Terence Hill: non lo dico con la volontà di innalzare un monumento all’attore, ma solo per sottolinearne il lato sensibile e umano che lo lega al suo personaggio. Il pubblico a mio avviso coglie proprio questa somiglianza tra l’uomo Terence, l’attore e Don Matteo. Tra gli altri elementi non si può dimenticare che ogni episodio si tinge di giallo e questo piace al pubblico. Poi c’è la parte comica interpretata da Nino Frassica, e le storie d’amore e di giovani affrontate sempre con pulizia e rispetto.

Com’è, a suo avviso, il panorama televisivo e cinematografico da un punto di vista culturale? Siamo in un momento buio e di crisi?
Credo sia importante ricordare che l’obiettivo è riconoscere la luce e, se non la si vede, da cristiani, è bene impegnarsi per accendere anche un semplice lumino. Viviamo un momento di transizione, su tutti i fronti: la tecnologia ci spinge verso nuovi mezzi e meccanismi. Sul fronte televisivo, a breve ciascuno sarà in grado di crearsi il proprio personale palinsesto. Questo, tuttavia, non mi spaventa, anzi, mi stuzzica e mi stimola, credo sia fisiologico: dal racconto orale dell’anziano con la famiglia riunita intorno al fuoco, alla scrittura, alla stampa e poi al film. È stato ed è importante sapere cavalcare l’onda essendo in grado di riconoscere il valore dei mezzi e degli strumenti che abbiamo per rendere sempre migliore la comunicazione, veicolando sensi e significati.

Per concludere, che cosa consiglia ai giovani attori e registi che sperano di diventare dei professionisti come lei?
Dico di non farlo, a meno che non si senta dentro un fuoco, una reale passione che mette nella condizione di superare le difficoltà e di affrontare sacrifici. È una strada complicatissima, insicura, un lavoro precario nel senso più forte della parola: alla fine di ogni spettacolo, film, prodotto in genere, non si hanno certezze e bisogna ricominciare da capo. Questo lo dico da persona alla quale viene riconosciuto un certo successo e che oggi, soffre per l’instabilità di questa professione che, va detto, ripaga di tutti i sacrifici, senza dubbio. Però va percorsa solo se si sente che senza non si può vivere. Perciò dico ad ognuno di quei giovani artisti: «ascoltati!».

20 marzo 2012

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