Giuseppe Roma: paura e poco senso del futuro

Intervista al sociologo, direttore generale del Censis dal 1993. La «gestione mediatica» della crisi «rischia di nasconderci i veri problemi» di Massimo Angeli

Sessanta anni, sociologo, Giuseppe Roma è dal 1993 direttore generale del Censis. Esperto di pianificazione territoriale ed economia regionale, parla degli effetti della crisi economica che, da qualche tempo, ha investito il Paese.

Direttore, dal vostro angolo visuale quali sono le caratteristiche di questa crisi?
Innanzi tutto bisogna dire che, per la prima volta, questa crisi arriva dall’esterno, non è legata alla nostra dipendenza dal petrolio o dal livello dell’inflazione. La seconda è che ha generato un grosso sentimento di paura, proprio perché sfugge al nostro controllo. E questa paura è amplificata da due fattori: dal fatto che la società italiana ha perso quel senso del futuro che deriva dal possedere valori profondi, e dall’aver allentato le relazioni interpersonali, dal non avere più un vero spirito di comunità, dal guardare all’altro più come un nemico che come un fratello.

Una crisi più emotiva che reale…
Non voglio negare la crisi e credo, anche, che possa essere salutare. Mi chiedo, però, se tutto quello che leggo corrisponda alla realtà. È indubbio, ad esempio, che ci sia una diminuzione della domanda mondiale, ma i tassi di interesse sono ai minimi storici; perché allora si continua a dire che le famiglie non riescono a pagare i mutui? È vero che il mercato dell’auto è in crisi, ma come si fa ad affermare che tutta l’economia è in ginocchio, quando l’industria copre solo un quarto di tutta l’economia nazionale? È una crisi molto strana, con una gestione mediatica che rischia di nasconderci i veri problemi. A Roma i grossi alberghi hanno solo il 18% delle stanze occupate e la maggior parte del lavoro dipendente giovanile è nei grossi centri commerciali. Di loro, della parte più vulnerabile dell’economia, non parla nessuno.

Gli economisti chiedono tecnologia e competitività. Possono bastare per superare la crisi o bisogna andare oltre gli aspetti prettamente economici?
Nell’economia moderna il fattore più dirompente è il capitale umano, che significa intelligenza, capacità, professionalità, impegno. La ricetta tradizionale, ricerca più innovazione, è astratta. Nelle economie del futuro sarà questo capitale umano ad essere il vero protagonista, a patto di valorizzarlo e coinvolgerlo nei processi di innovazione.

La cronica mancanza di meritocrazia quanto rallenta la crescita economica e sociale del Paese?
Nei Paesi dove si va avanti non per conoscenze, non esiste il problema della meritocrazia. Ogni ente ricerca le persone migliori per il posto che vuole coprire e offrirà un servizio efficiente ai cittadini. In Italia questo non sempre avviene e le aziende che andranno in deficit lo vedranno ripianato da altri. Dovremo favorire una cultura che premi quello che funziona, mentre quello che avviene da noi con la spesa pubblica è assurdo. Per esempio, la percentuale di Pil che spendiamo nella giustizia è uguale a quella degli altri Paesi, con la differenza che noi abbiamo milioni di processi in arretrato ed il 40% dei tribunali con meno di dieci giudici.

I migranti sono diventati una forza motrice dell’economia italiana. Possono svolgere un ruolo anche per il superamento della crisi?
Credo che in Italia gli immigrati saranno una sorta di ammortizzatore sociale e che saranno i primi a saltare, considerati i contratti in nero e i settori in cui lavorano. Ma la loro voglia di affermare il diritto al lavoro costituisce una spinta in avanti per tutta la società italiana. Basta considerare quanto l’impulso dato alla natalità abbia contribuito a ringiovanire la comunità nazionale. Dalla loro presenza ci guadagniamo tantissimo, senza di loro avremmo una società ed una economia più statica.

Lo sciopero anti italiano in Gran Bretagna cosa le fa pensare? Quanto sono reali i rischi che la crisi economica contribuisca ad innalzare nuovi muri?
È evidente che il rischio esiste. Nei periodi di abbondanza è facile essere generosi. Dobbiamo stare attenti a non fare due pesi e due misure. Adesso ce l’abbiamo con gli inglesi per quanto sta avvenendo a Grimsby e ci siamo scordati di quando dicevamo, anche pochi giorni fa, «in Italia prima il lavoro agli italiani».

Le organizzazioni criminali possono avvantaggiarsi da questa crisi?
Sicuramente. La criminalità dispone di grosse liquidità, e ora che in giro ce n’è poca possono mettere a disposizione la loro, soprattutto, per riciclare il denaro sporco. Abbiamo dimostrato grande capacità e fermezza con la criminalità violenta, dobbiamo fare la stessa cosa nell’area grigia della criminalità finanziaria, e con la partecipazione della società civile nelle regioni dove le commistioni sono maggiori.

Molti ritengono che a questo punto occorrerà riscrivere le regole del sistema economico. È possibile sfruttare l’occasione per riequilibrare etica e finanza?
Questa deve essere un’occasione per eliminare i vizi che hanno generato la crisi stessa. La responsabilità di chi fa impresa è uno dei pochi meccanismi per dare all’economia dei riferimenti certi. I soggetti che operano nel campo economico non possono rinunciare ai valori etici, dimenticare la responsabilità verso i soggetti più deboli, non possono giocare sporco. Non è tanto una questione di regole, gli Stati Uniti avevano mille controlli, ma prendere coscienza del fatto che lavorare bene conviene a tutti.

Come vede il futuro del nostro Paese e della nostra città in modo particolare?
Il futuro dipende da quello che facciamo tutti noi. Non dai miliardi del Governo, ma da come sapremo utilizzare queste risorse. Roma, ad esempio, può avere più opportunità rispetto ad altre città, è un punto di attrazione a livello mondiale, ma rischiamo di consumare questo enorme capitale. Purtroppo, non vedo nessuna nuova idea, nessun progetto di città, si continua a lavorare senza avere grossi orizzonti e avendo poco di mira il bene comune.

10 febbraio 2009

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