Glauco Mauri riscopre un dramma di Andreev

L’attore e regista in scena all’Argentina con una libera versione del dramma “Quello che prende gli schiaffi” che racconta di un uomo che si traveste da clown per mascherare il suo dolore di Toni Colotta

Chi non ricorda «L’angelo azzurro», lo straordinario film di von Sternberg[ con la Dietrich in pieno sboccio e un grande Jannings? Il personaggio di lui, austero professore, cadeva nelle spire erotiche della cantante Lola Lola precipitando nella più bassa umiliazione. Il romanzo di Heinrich Mann, da cui traeva origine, è del 1930; un quindicennio prima in Russia una vicenda per certi aspetti analoga fu narrata da Leonid Nikolaevic Andreev nel dramma «Quello che prende gli schiaffi». La rivoluzione bolscevica era alle porte e il drammaturgo ritraeva a suo modo la realtà nemica dell’uomo, in forma di favola simbolica.

Qui non è professore il protagonista, ma lo scienziato. Tradito dalla moglie, derubato delle sue scoperte, stanco dell’egoismo che regna nella società, sceglie deliberatamente di assumere aspetto e gesti di clown in un piccolo circo. E presto si distingue ed è applaudito per un numero in cui «prende gli schiaffi», proprio mentre pronunzia alti e gravi discorsi. Si umilia cioè nascondendo il dolore sotto la maschera e suscitando per ironia grandi risate. Ma anche là è atteso da un destino crudele. Fra simbolismo e realtà Andreev toccava le corde della poesia, ed è stato interpretato nel ’900 da grandi attori, a partire da Ermete Zacconi.

La riscoperta di quest’opera si deve a Glauco Mauri che l’ha allestita e vi recita da primattore al Teatro Argentina. Mauri è uno dei talenti teatrali più irrequieti nella ricerca, dice lui stesso, dell’«arte per la vita». È affiancato e integrato da Roberto Sturno insieme al quale per l’occasione festeggia, insieme ai propri 60 anni di professione, i 30 di Compagnia. Un sodalizio, il loro, che ci ha offerto spettacoli fuori della routine scenica per originalità di rappresentazione e di autori capitali: per fare alcuni nomi, Beckett, Goldoni, Dostoevskij, Brecht.

Nel caso di Andreev, Mauri presenta una sua «libera versione» del dramma cui ha apportato varianti per «il desiderio – ha dichiarato – di mettere in maggiore evidenza le inquietudini, i disagi e le ansie che sono presenti nella nostra attuale società, con la sensibilità e la responsabilità dell’uomo di oggi». E l’attore precisa ancora: «Il grande regista Mejerchol’d diceva che i testi vanno interpretati anche ricreandoli con nuovo “fervore” e non “imbalsamandoli nell’ipocrisia del rispetto”. Nei suoi ultimi dolorosi anni Andreev ha dato vita con la sua esasperata fantasia a creature innocenti, oneste che vengono poi corrotte e distrutte dall’insensatezza della vita. Per Andreev l’uomo è fondamentalmente buono ma è la società che lo snatura con le sue ingiustizie».

5 dicembre 2011

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