Gli assistenti sociali scrivono a Renzi: «Questa è la nostra #svoltabuona»

Lettera aperta in occasione della Giornata mondiale del servizio sociale. Al centro la richiesta di una vera riforma del Welfare. E l’appello a non sminuire il valore di una professione che opera in prima linea di Redattore Sociale

«Oggi è il tempo di “#lasvoltabuona”: alle persone e ai professionisti di questo Paese basterebbe fosse solo la volta buona. Noi intendiamo lavorare perché sia davvero così. Il nostro paese si trova oggi in una situazione estremamente complessa e problematica. Dal nostro specifico osservatorio, le criticità principali dell’attuale condizione sociale del paese sono riferibili alle questioni che riguardano l’esigibilità dei diritti, l’occupazione, l’impiego delle risorse, l’equità sociale». A sottolinearlo in una lettera aperta indirizzata al presidente de Consiglio Matteo Renzi, ai ministri e a tutti i senatori, sono le principali associazioni degli assistenti sociali (Cnoas, Assnas, Aidoss, Sostoss, Sunas) riuniti oggi, martedì 18 marzo, a Roma in occasione della Giornata mondiale del servizio sociale.

Quest’anno il tema su cui gli assistenti sociali riflettono è quello della crisi economica e sociale. «I diritti delle persone, la possibilità di crescere e lavorare, il “lusso” di poter coltivare qualche speranza nei momenti di difficoltà sono le questioni che ci interessano e rappresentano il cuore del nostro lavoro» scrivono, sottolineando in particolare alcune linee su cui bisogna impegnarsi per «innescare un circuito virtuoso vitale per il futuro del nostro paese e di tutti noi»: promuovere l’uguaglianza e l’equità; permettere a tutti di vivere una vita sostenibile; costruire partecipazione; rispettare la diversità e creare relazioni tra le persone; favorire lo sviluppo delle comunità. Tutti obiettivi che spesso sono stati «oggetto di discussioni, più spesso di lamentele, ma, soprattutto, temi strumentalizzati».

Nello specifico, in relazione alla volontà di rivedere il Titolo V della Costituzione il Cnoas chiede al Governo un sistema di Stato che veda «l’affermazione dei diritti essenziali per tutti». «Non più livelli essenziali di prestazioni, ma uguali diritti di assistenza e tutela che le persone devono poter avere in tutti i Comuni di questo Paese – spiegano -. A fronte di questo, vanno esplicitati i doveri, combattere con le forme opportune l’evasione, anche costruendo un sistema informativo integrato di tutti gli attori che, a diverso titolo, si occupano del benessere delle persone». E in particolare si chiede di al principio di sussidiarietà sia data una definizione che non mascheri una funzione di supplenza rispetto alle responsabilità che attengono al pubblico. «Per costruire vera partecipazione è necessario favorire l’integrazione tra politiche pubbliche e le varie espressioni della società civile, portatrici delle istanze di crescita di persone, di gruppi e di comunità pienamente responsabili ed autonome – continua la lettera -. Tra l’altro, non si può pensare di far quadrare i conti pubblici a scapito della qualità delle prestazioni, delle retribuzioni e della sicurezza dei lavoratori». Con ironia le associazioni sottolineano che lo capirebbe anche «un pesciolino rosso che dando mandati chiari e valorizzando le professionalità, considerando il volontariato come risorsa e non come sostituto, la qualità degli interventi aumenta e, nel contempo, i servizi possono produrre ricchezza nel sistema Paese».

L’ultimo punto riguarda la sostenibilità. «Proviamo a farci qualche domanda – scrivono ancora gli assistenti sociali -. È vero, i fondi destinati alla qualità della vita del singolo e della comunità sono stati tagliati in maniera drammatica: non si possono dilazionare le scelte inerenti ai diritti stessi dell’Uomo. Se le politiche sociali in questo Paese fossero pensate, proposte e predisposte insieme a chi quotidianamente, concretamente, lavora con i bisogni e le potenzialità, le stesse risulterebbero più attinenti alle esigenze delle persone: oggi, la programmazione partecipata non è il luogo reale dove è possibile effettuare le scelte decisionali che, purtroppo, appartengono ad altri».

Si chiede, quindi, una reale integrazione tra sociale e sanitario che permetterebbe, per esempio, a «tanti anziani di vivere con maggiore dignità in luoghi protetti e cari, quali sono i loro domicili, ed in quei luoghi essere assistiti, evitando di essere sradicati dal proprio contesto quotidiano e creando contemporaneamente posti di lavoro- welfare produttivo – per l’assistenza a loro necessaria». O ancora, sottolineano le ingenti risorse spese per tenere in piedi un sistema carcerario «per le cui caratteristiche siamo sotto accusa dinanzi alla Corte dei Diritti dell’uomo».

«In questa nota non vogliamo nemmeno sfiorare il dolore e le tragedie legate alla violenza di genere, alle vittime di femminicidio, a chi si toglie la vita per questioni economiche, agli immigrati richiedenti asilo, alle persone con handicap che hanno bisogno di pensare ad una vita indipendente – conclude la lettera – anche in funzione delle potenzialità che hanno ancora da spendere, ai senza dimora. Vogliamo credere che queste questioni siano presenti alla vostra attenzione. Abbiamo scelto altro, una sfida vera, quella di riformare il welfare, seriamente, attuando quello che la Costituzione prevede. Chiediamo ora a voi di rispondere. Siamo sicuri che raccoglierete questa sfida, noi ci siamo. Siamo pronti a lavorare, come sempre a servizio della comunità e di tutti quelli che hanno bisogno, comprese le istituzioni, noi ci crediamo, la nostra professione ci crede. Rimaniamo in attesa di conoscere i tempi in cui anche questi temi troveranno spazio tra le riforme (e le slides) di chi decide».

La categoria esce rafforzata e legittimata da questa giornata di confronto in cui si sono susseguiti moltissimi interventi del mondo istituzionale e associativo; numerosi quelli legati alla giustizia. E questa forse è la battaglia più dura per una professione che opera in prima linea e che spesso sente sminuito il proprio lavoro.

18 marzo 2014

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