I bambini italiani: pochi ma stanno bene

Presentato il I Libro Bianco a cura di Osservasalute e Società italiana di pediatria. Elevata la presenza di piccoli obesi o in sovrappeso: nel Lazio, rispettivamente, l’11% e il 29% dei bimbi tra gli 8 e i 9 anni di Marta Rovagna

Pediatri contrari alla riduzione dell’assistenza per i piccoli

«L’Italia non è un Paese a misura di bambino». Lo ha detto Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università Cattolica e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, presentando lunedì 30 gennaio alla Cattolica di Roma il primo Libro Bianco 2011 su “La salute dei bambini”. Una fotografia dello stato di salute e della qualità dell’assistenza della popolazione in età pediatrica nelle regioni italiane, realizzata dall’Osservatorio della Cattolica in collaborazione con la Società italiana di pediatria (Sip). «Le politiche del welfare in Italia – ha osservato – non sono orientate ai bisogni dell’infanzia e non incentivano le giovani coppie a mettere su famiglia». I bambini italiani, però, dal quadro che emerge dal rapporto, stanno bene, nonostante abbiano problemi di sovrappeso che portano a patologie cardiovascolari e glicemiche (il diabete). Vivono però meglio al Nord che al Sud, mentre nel Centro Italia la maglia nera spetta proprio al Lazio. I bambini del Lazio infatti sono i più in sovrappeso tra le regioni centrali: i piccoli tra gli otto e i nove anni con problemi di eccesso ponderale sono infatti il 29%, mentre gli obesi sono l’11%.

Ad illustrare la pubblicazione, insieme a Walter Ricciardi, Alberto Ugazio, presidente della Società italiana di pediatria e direttore del dipartimento di Medicina pediatrica dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, e Antonio Giulio de Belvis, ricercatore dell’Istituto di Igiene dell’Università Cattolica e segretario scientifico dell’Osservatorio che presiede Ricciardi. «Nella ricerca abbiamo tenuto conto – ha dichiarato de Belvis – di diversi parametri per giudicare lo stato di salute dei bambini italiani, tra cui il tasso di mortalità infantile, il rischio stili di vita, la prevenzione tramite vaccinazioni e la valutazione di quanto l’assistenza sanitaria sia appropriata per gestanti e bambini». Migliorato, nel Lazio, il dato relativo alla mortalità infantile: su una popolazione di 792mila bambini tra 0 e 14 anni e 216mila tra i 15 e i 18 anni si evidenzia che a morire entro il primo anno di età è il 3,71% dei bimbi, contro il 3,91% di tre anni fa. «Si tratta comunque di cifre tra le più alte del Paese, a fronte di una media nazionale che si attesta sul 3,51%», ha sottolineato il ricercatore. La spiegazione risiede probabilmente nel fatto che «nella nostra regione c’è una forte presenza di immigrati, maggiormente coinvolti nella perdita dei neonati. C’è da lavorare quindi su una prevenzione maggiore, soprattutto per le donne incinte». Per i vaccini i dati del Lazio sono confortanti: gli obbligatori sono somministrati al 96,5% dei bambini, mentre per morbillo, paraotite e rosolia il dato di copertura è dell’89,6%.

Significative le cifre che “raccontano” l’approccio alle strutture sanitarie. Sia per le gestanti che per i bambini assistiamo nel Lazio ad un vero boom di interventi inappropriati. La regione registra il 45% di parti cesarei contro le indicazioni nazionali che danno come tetto massimo di interventi il 20%; altissimi poi anche i ricoveri “inutili” per i bambini. «Tra le regioni del Centro Italia – ha sottolineato Ugazio – il Lazio è quella maggiormente interessata al fenomeno dei ricoveri, soprattutto in day hospital, di bambini che non necessitano realmente di essere tenuti sotto osservazione». Infine, un ultimo dato accomuna tutte le regioni italiane: la bassissima natalità. L’Italia, secondo il rapporto, rischia di rimanere un Paese di «nonni senza nipoti»: dal 1871 al 2009 la natalità si è quasi dimezzata. «Ma se si fanno pochi figli – ha concluso Ricciardi – il Paese non ha futuro».

30 gennaio 2012

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