I bambini protagonisti dell’alimentazione

Dagli esperti del Bambino Gesù alcune linee guida sul comportamento alimentare dei piccoli. Parola d’ordine: mai costringere. Piuttosto incuriosire e coinvolgere, dalla spesa alla preparazione di Pa. Pro.

Figli che non mangiano e genitori che si disperano: una realtà comune in molte famiglie e che solo in piccola parte nasconde delle reali patologie legate all’alimentazione. Se n’è parlato sabato 8 marzo, nell’aula “Salviati” dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, nell’ambito del convegno “Mio figlio non mangia: come posso fare?”. A consigliare coppie di genitori c’era l’equipe di esperti guidata da Giuseppe Morini, responsabile del Dipartimento di Educazione alimentare e coordinatore scientifico del progetto Nutribus.

«Il comportamento alimentare del bambino – dice Morini – si struttura in base alla predisposizione genetica e alle esperienze sensoriali che fa nel corso della sua crescita. Prima assaggia il latte materno, poi arriva lo svezzamento con nuovi sapori, fino a mangiare come gli adulti. E qui arriva il periodo del “no”, intorno ai 3-4 anni, ossia quando il bambino diventa selettivo nello scegliere il cibo». Va intrapreso quindi, osserva il responsabile di Nutribus, «un percorso per cui sulla tavola dei genitori non devono mai mancare determinati alimenti come frutta e verdura. Sono mamma e papà che devono dare il buon esempio». Mai, poi, costringere il bambino a mangiare se non vuole. «Al contrario – continua Morini – si deve cercare di incuriosirlo, facendogli odorare e toccare il cibo, facendolo partecipare alla spesa e cucinare insieme il suo pasto. Nutribus nasce perché, occupandoci di obesità, ci siamo resi conto che non bastava un intervento terapeutico in ospedale ma bisognava occuparsi dell’alimentazione dei bambini a 360 gradi, coinvolgendo anche realtà sul territorio».

Ed è proprio l’obesità uno dei problemi più gravi che affligge i bambini italiani dai 6 anni in su. «Ormai è diventato normale per noi – afferma Morini – vedere bambini obesi già in prima media». Le abitudini sono il primo fattore che contribuisce alla crescita di questa patologia. «Il mondo delle relazioni, il contesto in cui si vive, incidono molto sull’alimentazione – afferma Silvia Amendola, psicologa -. A casa ad esempio, c’è un contesto iper controllato. A scuola, invece, il clima è più sereno perché non c’è nessuno che sta lì a dire “mangia”! Io consiglio di spegnere la televisione, sedersi a tavola tutti insieme e coinvolgere anche il bambino nella conversazione».

Niente tv, quindi. Più facile a dirsi che a farsi, per i genitori, se l’89,5% dei bambini italiani mangia e beve guardando la televisione. Il 40% poi chiede di mangiare quello che vede in tv mentre il 10% entra in conflitto con i genitori per avere nel piatto quanto visto nella pubblicità. L’età critica per l’alimentazione, tuttavia, arriva dopo i 14 anni. «In questo periodo il ragazzo costruisce la sua identità sociale – afferma Valeria Zanna, neuropsichiatra -: c’è il gruppo, ossia gli amici, che condizionano le abitudini del ragazzo. Anche quelle alimentari. Ed è in questa fase che più facilmente si cade in patologie come anoressia, bulimia e binge eating, l’alternanza tra il digiuno e le grandi abbuffate».

Per Tiziana Stefanelli, avvocato, mamma nonché vincitrice della seconda edizione del talent culinario Masterchef, «bisogna creare un clima positivo intorno al cibo e farci giocare i bambini. Mia figlia, ad esempio, si diverte moltissimo a lavare l’insalata e a creare con essa dei disegni sul suo piatto. Dopo è più invogliata a mangiarla. Anche apparecchiare la tavola insieme a mamma e papà è un modo per coinvolgerli al pasto, così come fargli assaggiare cucine diverse da quella italiana. E per tutte le mamme perennemente a dieta consiglio di non esagerare nella selezione degli alimenti: chi ama il cibo non lo teme e la serenità o conflittualità con cui ci si avvicina al pasto è avvertita e condivisa anche dai piccoli di casa».

10 marzo 2014

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