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I problemi della scuola: di oggi o di sempre?

Dopo aver tracciato, nei precedenti articoli, un profilo della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado, tocca adesso alle famigerate “superiori”. Episodi che mostrano il declino della scuola sono oggi un giorno sì e l’altro no sui giornali; spesso si tratta di situazioni tristi, talora anche di considerevole gravità. Per introdurci alla questione dell’attuale crisi della scuola senza cadere nel pessimismo preferisco perciò partire da una lunga citazione. Un testo che è stato scritto più di quarant’anni fa e che mi sembra di una preveggenza profetica.

«In questo promettente Paese (l’autore parla della Gran Bretagna, ma sembra che le riflessioni seguenti si possano estendere ben oltre quei confini), lo spirito dell’Io valgo quanto te è ormai diventato molto più che una convinzione generale. Sta già cominciando a infiltrarsi nel sistema educativo. Il principio basilare della nuova educazione è che non si deve assolutamente lasciare che gli stupidi e gli indolenti si sentano inferiori a chi è intelligente e industrioso. Sarebbe «antidemocratico». Queste differenze fra scolari – dal momento che sono ovviamente e palesemente differenze individuali – vanno nascoste. E ciò si può fare a diversi livelli. Nelle università gli esami dovranno essere architettati in modo che quasi tutti gli studenti meritino dei bei voti. Gli esami di ammissione andranno organizzati in modo che tutti, o quasi tutti, i cittadini abbiano accesso alle università, sia che abbiano la capacità (o il desiderio) di giovarsi dell’educazione superiore, o che non l’abbiano.

Nelle scuole, i ragazzi che sono troppo stupidi o pigri per apprendere lingue e matematica e scienze si possono mettere a fare quelle cose che una volta si facevano nel tempo libero. Per esempio, fategli fare torte di terra, e dite che stanno modellando. Ma non si insinui mai, neppure vagamente, alcun dubbio sulla loro inferiorità rispetto a chi lavora. Qualunque sciocchezza stiano facendo deve avere – credo che gli inglesi abbiano già in uso la frase – «parità di considerazione». E non è da escludere un sistema anche più drastico. I ragazzi che meriterebbero di essere promossi si potrebbero trattenere di proposito nelle classi inferiori, altrimenti gli altri subirebbero un trauma – per Belzebù, che parola utilissima! – se venissero lasciati indietro. E così lo scolaro intelligente resta democraticamente incatenato per tutta la carriera scolastica al suo gruppo di coetanei, e un ragazzo che potrebbe affrontare Eschilo o Dante se ne sta lì seduto ad ascoltare gli sforzi del compagno che tenta di sillabare Il gatto siede sullo zerbino. In una parola, il giorno in cui l’Io valgo quanto te si sarà definitivamente affermato, avremo ragione di sperare in una effettiva abolizione dell’educazione. Spariranno tutti gli incentivi ad imparare e le punizioni per il non imparare. Quei pochi che potrebbero aver voglia di imparare saranno ammoniti: chi credono di essere per pretendere di superare i loro simili? E comunque le insegnanti – dovrei forse dire le infermiere – saranno troppo occupate a rassicurare gli idioti incoraggiandoli con colpetti sulle spalle, per sprecare il tempo a insegnare».

L’autore dei queste sagaci staffilate contro una scuola ridotta a dopo-scuola in nome di una democrazia egualitarista e senza spina dorsale, dove l’impegno ed il merito sembrano oscuri relitti del passato condannabili come gli abusi subiti Oliver Twist, è Clive Staples Lewis, l’ormai celebre autore de Le cronache di Narnia e delle Lettere di Berlicche (1942). Il sequel di quest’ultimo fortunato volumetto, in cui un diavolo esperto insegna a un diavolo apprendista come indurre alla rovina gli esseri umani, è stato tradotto in italiano con il titolo de Il brindisi di Berlicche nel 1980, ma il suo originale risale al 1961. Dunque questa pagina profetica è vecchia quasi di mezzo secolo, ma descrive con lucidità visionaria la presente situazione della scuola (e dell’università). Quando ancora il ’68 non si poteva nemmeno annusare nell’aria, Lewis prevede una decadenza delle istituzioni formative in nome del principio, apparentemente innocuo, anzi sacrosanto, dell’«io valgo quanto te». Principio che, se è vero dal punto di vista della dignità umana e dell’essere, non è altrettanto vero dal punto di vista dell’agire e dei risultati. E così il mefistofelico Berlicche si trova quasi disoccupato, perché gli uomini ci pensano da sé a portarsi sull’orlo del baratro, senza bisogno di grandi sforzi da parte sua e dei suoi diabolici collaboratori.

Negli ultimi mesi anche la scuola italiana sembra essersi risvegliata dal torpore di un buonismo che invece di educare e formare tutti gli studenti (o almeno il maggior numero possibile) a raggiungere le mete prefissate, non ha fatto altro che “abbassare l’asticella” affinché tutti potessero saltarla. Con il risultato che i titoli di studio sono sempre meno significativi rispetto alle aspettative professionali, il livello generale delle istituzioni scolastiche si è pericolosamente abbassato, e – ironia della sorte – anche i valori percentuali della dispersione scolastica sono scesi solo di pochi punti.

Ecco perché oggi si parla di nuova severità, o perlomeno maggiore serietà, nelle valutazioni e negli esami di stato, di rinnovato obbligo di recuperare i debiti scolastici prima dell’inizio dell’anno successivo, di inasprimento delle sanzioni per fenomeni di indisciplina, e simili iniziative volte a stringere le maglie dell’educazione. Certamente si tratta di misure necessarie ed improcrastinabili per garantire la soglia della decen… ehm, della serietà all’istituzione scolastica. Ma non basta una semplice tirata di redini per raggiungere lo scopo, cioè per riedificare una scuola all’altezza del suo compito. Occorre innanzi tutto prendere sul serio l’esigenza di dedicare all’educazione e alla formazione delle nuove generazioni tutta l’attenzione e la dedizione che merita. Da poco si è chiusa la consultazione elettorale. Nelle settimane precedenti abbiamo sentito parlare poco, troppo poco, tristemente poco di scuola e di educazione. Non che stipendi, rifiuti, sicurezza e Alitalia siano questioni irrilevanti per l’Italia di domani; ma è ormai chiaro che se non si progetta un futuro migliore almeno a medio termine, si rimarrà sempre impantanati nelle emergenze di piccolo cabotaggio, e non si potrà provvedere a formare una generazione di adulti capaci di servire e guidare il mondo di domani.

Senza scuole che funzionino davvero il futuro è lasciato all’improvvisazione o al caso. Mi sembra questa una delle più gravi minacce del nostro presente. Forse, adesso iniziamo a prenderne coscienza; e allora bisogna rimboccarsi le maniche e investire in educazione. La Chiesa di Roma, possiamo dirlo con serenità, lo sta già facendo. La prossima volta vedremo come.

24 aprile 2008