Il Casino Giustiniani Massimo, luce su uno «scrigno» nascosto

Fuori dai grandi circuiti turistici della Capitale, la villa seicentesca sorge dietro la cattedrale di San Giovanni in Laterano. Nel libro di Monica Minati la storia di 250 anni di bellezza di Antonella Pilia

Sorge dietro all’imponente cattedrale di San Giovanni in Laterano, lontano dai grandi circuiti turistici della Capitale. Ma ora un libro intende riportare alla luce la storia e il ricco patrimonio storico-artistico del Casino Giustiniani Massimo al Laterano, villa seicentesca il cui parco si estendeva tra le attuali via Merulana, via Tasso, viale Manzoni e piazza San Giovanni in Laterano. Il volume, edito dalle Edizioni Terra Santa e frutto del lungo e accurato lavoro della ricercatrice Monica Minati, è intitolato appunto «Il Casino Giustiniani Massimo al Laterano» ed è stato presentato giovedì 8 maggio in uno degli splendidi saloni neoclassici della villa, dal 1948 sede della Delegazione di Terra Santa in Italia.

«Fra i compiti della Custodia di Terra Santa c’è anche la salvaguardia e la valorizzazione di questo patrimonio importante per la cultura di Roma», ha esordito fra Giuseppe Ferrari, delegato per l’Italia della Custodia, augurandosi che il Casino Giustiniani Massimo diventi «un luogo di visita alternativa rispetto a tanti altri rinomati luoghi della Capitale». La storia della villa è legata a due marchesi: Vincenzo Giustiniani, che la fece erigere tra il 1605 e il 1618, e Carlo Massimo, che la acquistò nel 1803. A spiegarlo è stato Enzo Borsellino, dell’Università degli Studi Roma Tre, sottolineando il passaggio «da una nobile famiglia di origine genovese trapiantata a Roma a un’altra importante famiglia che prese la proprietà del Casino agli inizi dell’Ottocento». E definendo i due marchesi come dei veri e propri «mecenati che hanno dedicato la loro vita alla realizzazione dello scrigno che ci ospita».

Verso la fine del XIX secolo la villa subì degli imponenti interventi urbanistici e il suo portale fu demolito. Ma per fortuna alcuni resti si salvarono e «i frammenti più importanti – ha raccontato Borsellino – furono utilizzati per ornare il ricco portale di Villa Celimontana», dove ancora oggi si possono ammirare. La guida è impreziosita da un consistente apparato di immagini realizzate dal fotografo Roberto Sigismondi, ha sottolineato quindi Stefano Petrocchi, della Soprintendenza speciale per il patrimonio storico, artistico ed antropologico e per il polo museale della città di Roma. Il quale si è soffermato sul periodo ottocentesco, quando il marchese Carlo Massimo divenne proprietario della villa.

«Qui si apre il momento più noto e riconosciuto del Casino: la splendida decorazione pittorica dei Nazareni (un gruppo di pittori romantici tedeschi attivi a Roma all’inizio del XIX secolo, ndr) nelle sale del piano terreno. Dal 1817 al 1829 venne realizzato uno dei capolavori della pittura romantica con la partecipazione dei suoi massimi esponenti, da Overbeck a Veit, da Kock a Schnorr», scrive Petrocchi nella prefazione del volume. In questi lavori artistici si potevano leggere chiaramente le citazioni al grande Rinascimento italiano e, in particolare, i continui rimandi a Raffaello. Lo testimoniano le tre stanze affrescate con temi letterari legati alla Divina Commedia di Dante, all’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Che, conclude Petrocchi, costituiscono «l’eccezionale e unica sintesi dell’intera civiltà letteraria italiana», veri e propri punti di riferimento per la società romantica.

A intervenire per ultima è stata l’autrice Monica Minati, collaboratrice con la Soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico per il polo museale della città di Roma, illustrando in modo chiaro e dettagliato le principali caratteristiche di una villa che, attraverso questo volume, potrà finalmente trasmettere a tutti la sua storia plurisecolare di bellezza.

9 maggio 2014

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