“Il cerchio nel vento”, storie dell’Italia d’oggi

Vita quotidiana, protagonisti “normali” e valori come l’amicizia nell’opera prima di Massimo Passeri di Marco Testi

La narrativa «nascosta» ha questo di buono, che nulla presumendo dal mercato, è libera e autentica: un po’ come la situazione della poesia che, non avendo più spazi, può permettersi il lusso di dire verità scomode. La prova di queste fino ad un certo punto amare riflessioni è “Il cerchio nel vento”, opera prima di Massimo Passeri, che nella sua vita è attivo in campi assai lontani dalla letteratura militante.

È una storia semplice, e insieme complicata dall’irruzione di diversi personaggi, di una crescita senza tutela genitoriale: Chiara si deve mantenere, lavora nelle pulizie e poi anche in un ristorante-pensione, è la figura speculare di tante ragazze dell’Italia e del mondo d’oggi. I dialoghi veloci, non appesantiti da ricercatezze stilistiche, come talvolta capita agli esordienti, rappresentano davvero l’anima di quanti incontriamo per strada, ci servono in pizzeria o accudiscono i nostri figli. Pregio indiscusso di questo racconto è che non tenta i colpi di scena, o gli effetti di bravura labirintica, e neanche sprofonda negli abissi della mente con pretese psicanalitiche. Qui è rappresentata la vita di normalissime e talvolta semplici persone che riescono, grazie all’abilità del narratore, a comunicarci in modo piano e comprensibile, ma profondamente, i loro stati d’animo.

Passeri riesce a offrirci scene ordinarie con tatto non artificioso, ma come se volesse presentare amici fedeli scaturiti dalla sua fantasia, certo, ma anche dal suo girare per le strade e gli uffici. Chiara e Giuseppe, Vittoria ed Andrea, e tanti altri vivono le contraddizioni di una vita sempre meno facile, ma non cedono allo scoramento, si alzano la mattina, e grazie all’oggetto magico dei racconti di fate, qui divenuto banale caffè, vanno incontro al loro destino. Anche chi non si ritrova più nel sazio Occidente va ad offrirsi a coloro che non hanno nulla. Semplicemente prende in mano il proprio destino e parte.

I destini di queste umili creature non sono quelli dei superuomini cercatori di vangeli non canonici o di tracce di vita extra-terrestre, però sono ben degni di essere raccontati, perché vengono nobilitati e resi quasi esemplari dalla realtà: i dubbi, le scelte, le paure, l’amore, non fanno dimenticare l’aiuto verso chi è in difficoltà, la disponibilità all’ascolto di chi attraversa momenti bui. Questo è un altro dei meriti del romanzo: ricordare che al di là di ciò che fa audience soprattutto il fascino del negativo esiste anche l’attrazione dell’amicizia apparentemente banale, di chi ti offre una sigaretta per permetterti di sfogare i tuoi dolori e le tue ansie. Passeri dimostra che a partire da questo, solo da questo, si può costruire una trama avvincente, perché come qualcuno affermava, «de te fabula narratur», nella storia si parla di noi. Oltretutto il narratore adotta talvolta l’espediente della «focalizzazione esterna»: lascia improvvisamente la coscienza dei fatti mettendosi allo stesso livello del lettore e lasciandolo nell’incertezza: «Lì era nata. Lì c’erano le radici della sua nuova vita. Chissà se un giorno avrà il desiderio di tornarci. Magari per un solo giorno. Non so».

“Il cerchio del vento”, di Massimo Passeri, Il Filo, 2009, 167 pagine, euro 13,50.

23 novembre 2009

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