“Il Codice da Vinci”: falsità, menzogna, ma soprattutto ipocrisia

Un film sterile, dalla trama artificiosa, inchiodato dalla necessità della “suspence” a tutti i costi. Che invita a fare chiarezza di Massimo Giraldi

L’avvertenza da molti richiesta per accompagnare la copia italiana in effetti c’è, ma la sua collocazione serve solo a mettere ancora di più in ridicolo i distributori del film. Dunque dopo 2 ore e 20’ di racconto e circa 10’ di titoli di coda, quando sono stati ricordati i nomi proprio di tutti (dallo Scanning supervisor ai Model makers ai doppiatori italiani), l’ultimo fotogramma è un cartello nel quale si ricorda che l’aderenza alla realtà dei fatti appena riferiti è «del tutto frutto di coincidenze e non è intenzionale». Con molta buona volontà, uno spettatore che non si è esaltato di fronte alle farneticanti ipotesi elucubrate da Dan Brown potrebbe anche accontentarsi. Il fatto è che il suddetto spettatore (nessuno spettatore) alla fine dei titoli di coda non ci arriva, e quando il cartello appare è già da tempo uscito dalla sala, lasciato a ripensare a ciò che ha visto, accompagnato solo dal frastuono della grancassa mediatica costruita intorno al film. Con questa invero poco esemplare scappatoia si completa l’ipocrisia di un’operazione commerciale studiata a tavolino, cominciata con il successo del romanzo, proseguita con il film e destinata a continuare con iniziative sugli altri media.

Il film, allora, uscito su 910 schermi italiani. Se i contenuti del testo scritto erano già ben noti, e il loro sviluppo lasciava pochi dubbi sul fatto che si trattasse di una ennesima, gratuita manipolazione dei Vangeli e della Chiesa testimone di Gesù nel mondo, nei confronti del film si restava in attesa di verificare come il linguaggio cinematografico avrebbe reso la stessa materia. Il riscontro è del tutto deludente. Inchiodato dalla necessità di fare “suspence” a tutti costi (per poter essere etichettato come thriller, o “giallo”), costretto a utilizzare ambientazioni esterne di grande valore senza avere niente da metterci dentro, obbligato a diventare ripetitivo dall’artificiosità di una trama che non avrebbe niente altro da dire dopo appena un quarto d’ora, “Il Codice da Vinci” diventa a mano a mano che procede un film sempre più sterile e svuotato di interesse. Affidato ad attori che certo hanno offerto in altre occasioni prove migliori e punteggiato da alcuni passaggi risibili (il commiato tra il prof. Langdon e Sophie all’insegna di un inconcludente imbarazzo reciproco), il film sarebbe quasi da abbandonare a se stesso e da dimenticare al più presto, se non fosse per la doppia intenzionalità della sua presenza. Intanto il fatto di porsi, aprioristicamente, come un film “a tesi”, incentrato sulla volontà di dimostrare che «la più grande storia mai raccontata è una menzogna». In secondo luogo per il fatto di calarsi sulla mente e sugli occhi dello spettatore in forme (anche se poco riuscite) comunque accattivanti e spettacolari.

Così l’ultima cena, la morte e la resurrezione di Gesù, la forza di un messaggio evangelico che supera il tempo e la storia («Andate e sarete miei testimoni fino ai confini del mondo»), la Croce come segno di salvezza per tutti diventano nel film non pretesti per parlare anche di altro, ma consapevole bersaglio di distruzione, di denigrazione e di irrisione. Allora l’atteggiamento, lungi dal prevedere intransigenti chiusure o voglia di barricate, deve almeno essere quello della chiarezza. Perché sostenere l’idea del matrimonio di Gesù con Maria Maddalena, della loro discendenza tenuta nascosta da potenti gruppi ecclesiali, e, alla fine, della individuazione nella crittologa Sophie dell’ultimo nato e quindi del vero erede del Cristo, è un assunto di farneticante elaborazione, ma capace di lasciare anche qualche traccia in un pubblico meno avveduto e abituato a un frullatore di immagini, dentro il quale tutto è azzerato e nel quale si fa passare per vero ciò che è fasullo (i “reality show” televisivi) ma è più difficile credere falso ciò che viene spacciato per vero con tanto di documenti, nomi, date, avvenimenti.

Se la valutazione pastorale del film non può che essere quella dell’inaccettabilità, pur tuttavia la presenza del film stesso deve richiamare a essere sempre più presenti nella capacità di intervento e di lettura delle dinamiche attuali dei mass-media. Denunciare ancora con fermezza e serenità il negativo, ma anche avere sempre presente la faccia propositiva che può avere il film, luogo di confronto e di dialogo. Sono proprio questi due gli aspetti che mancano nel “Il Codice da Vinci”. E il fatto che il film, nonostante i 125 milioni di dollari spesi, non sia riuscito al meglio, conferma che si è trattato di un’impresa velleitaria e pretenziosa. Che trova in se stessa il limite dei propri piccoli, egoistici, ingannevoli orizzonti.

22 maggio 2006

Potrebbe piacerti anche