Il coraggio dell’amore cristiano contro la violenza

Il convegno ecumenico regionale a Sacrofano, con evangelici, cristiani e ortodossi. Le testimonianze di Mobeen Shahid su Shahbaz Bhatti e dell’uzbeka Tamara Ivanova Chikunova di Mariaelenea Finessi

Se dalla terra è difficile estirpare la violenza innervata sullo smarrimento di un orizzonte di senso, su un relativismo etico e a cui fa da cassa di risonanza un sistema mediatico che rincorre la morbosità dei dettagli, il colore acceso del sangue e i toni verbali dell’ingiuria, ad essa però si può provare a dare una risposta. Ed è quello che cercano di fare i cristiani attingendo alla propria eredità spirituale. Per fare il punto sul tema, la Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale del Lazio, presieduta dal vescovo di Sora-Aquino-Pontecorvo Gerardo Antonazzo, ha organizzato un convegno ieri, giovedì 20 marzo, a Sacrofano. Per il consueto incontro annuale, che ha coinvolto operatori pastorali e docenti delle scuole superiori, sono stati chiamati a confrontarsi evangelici, ortodossi e cattolici «per una lettura multilaterale di questo dramma», spiega monsignor Antonazzo che non nasconde come «spesso si produca violenza anche in nome di Dio».

Donatella Pacelli, docente Lumsa, inquadra il fenomeno della violenza nell’attuale tessuto sociale, caratterizzato da «flussi contraddittori: da un lato, gli effetti della massificazione sono osservabili in ogni ambito della vita e, dall’altro, i rapporti sociali restituiscono un individualismo esacerbato». La risposta alla violenza può però essere affidata ai giovani: «Proprio i giovani, con le loro iniziative di volontariato, si stanno facendo vettore di una partecipazione a problemi concreti che incrociano il grande dibattito sui diritti umani». A queste iniziative, i media dovrebbero dare però visibilità «contrastando l’immagine di giovani che reagiscono al disagio assumendo come unica strategia di azione l’aggressività».

Per Yann Redaliè, biblista e pastore protestante svizzero che insegna Nuovo Testamento alla Facoltà valdese di teologia di Roma, «la risposta cristiana alla violenza è nel comandamento “Amate i vostri nemici”, un invito a superare l’attesa di contraccambio personale. È il carattere non condizionato dell’amore offerto e richiesto e che deve tradursi in azioni concrete». Concorda Igumeno Andrea Wade, del Patriarcato di Mosca: «Occorre una teologia non teorica ma una fede vissuta». Due le testimonianze. La prima, del docente di Filosofia alla Lateranense Mobeen Shahid su Shahbaz Bhatti, il ministro per le Minoranze in Pakistan, unico cattolico del governo, ucciso nel 2011 in un attentato per la sua difesa della cristiana Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia. La seconda, di Tamara Ivanova Chikunova, cristiana ortodossa il cui figlio è stato condannato a morte dallo Stato uzbeko per un attentato mai commesso. «La sua voce – commenta monsignor Marco Gnavi, incaricato diocesano per l’ecumenismo e il dialogo – ha la forza e l’autorevolezza di una testimone di immenso dolore trasformato in coraggio di amore». Dopo la morte del ragazzo, Tamara, che nel perdono individua la chiave per disinnescare atteggiamenti e comportamenti delittuosi, ha infatti messo in piedi l’associazione «Mothers against death penalty and torture» e nel 2008 è riuscita a far abolire la pena di morte in Uzbekistan.

21 marzo 2014

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