Il direttore Caritas al consiglio comunale: «Aprire gli occhi sull’amarezza di tanti»

Anche monsignor Feroci ha partecipato alla discussione aperta voluta dal sindaco Marino sul “Salva Roma”. Il contributo della Chiesa: l’affermarsi di una «cultura del dono» di Alberto Colaiacomo

Il mondo del lavoro e le realtà del volontariato, le imprese e i servizi pubblici, la cultura le università: sono stati tanti gli interventi in Aula Giulio Cesare in occasione della discussione aperta sul cosiddetto “Salva Roma”. Il dibattito, che si è svolto ieri pomeriggio, martedì 18 marzo, ha preso le mosse dalla relazione del sindaco Ignazio Marino sulle “Misure per il contenimento della spesa di Roma Capitale”.

«È mio dovere riportare in questa aula l’amarezza, che molto spesso si tramuta in indignazione, di tante persone per la carenza di risposte, per il dolore sordo presente nei loro cuori. Credo sia doveroso da parte mia aiutarvi perché la disperazione non si tramuti in atti inconsulti. Il primo passo quindi è la capacità di osservazione e di analisi, di aprire gli occhi». Così il direttore della Caritas diocesana, monsignor Enrico Feroci, ha aperto il suo intervento, uno dei primi dopo la relazione del sindaco Marino. Monsignor Feroci ha ricordato le «drammaticità strutturali» e le «criticità emergenti»: la povertà delle famiglie, la frammentazione degli affetti, il sovra indebitamento, il disagio giovanile, gli anziani soli, i rom, le politiche di integrazione per gli immigrati.

«Ma quello che preoccupa ancor di più – ha ricordato il direttore della Caritas – è la crisi culturale e di valori che non è meno disastrosa di quella della povertà». Il sacerdote ha denunciato che «oggi si assiste ad una sorta di corruzione di quelli che erano stati i fondamenti dello sviluppo economico e sociale dell’ultimo secolo. Nel passato l’obiettivo chiaro, da tutti condiviso, era il miglioramento della tutela della dignità della vita delle persone; oggi queste idee stanno pian piano mutando». Il cittadino, ha rilevato monsignor Feroci, «lentamente dapprima si è trasformato in utente, e quindi è diventato un cliente. Cioè si sta trasformando e affermando una cultura che sostituisce l’interesse del singolo o di pochi al bene comune. Di conseguenza si perde la dimensione del servizio, del contributo per costruire la comunità». In questo contesto, ha spiegato, il contributo che la Chiesa può portare «non è tanto quello di un’offerta di servizi sociali o di supplenza alle carenze del welfare», ma l’affermarsi di «una cultura del dono, da non fraintendere con una mentalità di assistenzialismo».

Toccante anche la testimonianza di Valeria Roscioli, del Senato accademico della Sapienza, che ha parlato dei giovani romani che devono lasciare la città per andare a lavorare fuori. «Anche io – ha testimoniato Roscioli – otto anni fa ho dovuto lasciare il mio paese di origine per trasferirmi a Roma. Attualmente tornerei nel mio paese perché non vedo un futuro per me e per i miei coetanei».

Il vicepresidente di Unindustria, Attilio Tranquilli, ha sostenuto che «il Comune di Roma non è in dissesto, il problema è il monte delle nostre partecipate»; da questo la sollecitazione a liberalizzare che, ha specificato, «non è privatizzare ma sarebbe comunque un superamento del monopolio pubblico».

In rappresentanza di Cgil, Cisl e Uil, Pierpaolo Bombardieri ha assicurato: «Siamo pronti a discutere sulle aziende, su come razionalizzare le partecipate: iniziamo a valutare le loro mission, come Ama e Acea possano collaborare sul tema dei rifiuti; siamo d’accordo su un azienda pubblica del trasporto regionale partecipata da Fs».

19 marzo 2014

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