“Il figlio più piccolo”, Avati chiude la trilogia sul padre

La storia dell’industriale Luciano Baietti che, per sfuggire al tracollo della sua holding, intesta una serie di scatole vuote al figlio minore di Massimo Giraldi

È in sala “Il figlio più piccolo”, nuovo film di Pupi Avati, regista che ha abituato il pubblico a frequenti, intensi appuntamenti. È la storia dell’industriale Luciano Baietti che, passato il momento del successo, perde tutto nel tracollo della sua holding. Bollino, il suo commercialista, gli consiglia di passare la mano, intestando una serie di scatole vuote al figlio minore che vive a Bologna con la madre. Convocato d’urgenza, Baldo (così si chiama) arriva a Roma, firma e diventa presidente con infiniti debiti da pagare. Ma la cosa non finisce lì.

«Questo film – dice Avati – conclude una trilogia sulla figura del padre. Dopo “La cena per farli conoscere” (un padre inadempiente), e “Il papà di Giovanna” (uno fin troppo presente), questo terzo genitore è il peggiore dei tre. Si ricorda di avere un figlio solo per biechi motivi di interesse (…). Volevo anche mostrare quanto il successo economico condizioni qualsiasi ambito del nostro vivere». Detto così, sembra un film di denuncia.

Lo è infatti, ma secondo lo stile avatiano. Anche qui il regista bolognese esclude toni aspri, urlati. La sua poetica lo trattiene sul versante della malinconia. Dando spazio, anche nei momenti più amari, alla presenza di quel candore e di quella purezza, che, forse, salveranno il mondo.

22 febbraio 2010

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