Il lirismo di Lorca approda all’Argentina

“Donna Rosita nubile”, penultima delle opere teatrali del drammaturgo spagnolo, sul palco del Teatro di Roma nell’allestimento del Piccolo di Milano di Toni Colotta

Elleboro, fucsie, crisantemi, e poi anemoni, salvie, petunie. Fiori, fiori a profusione sono parte fondamentale di “Donna Rosita nubile”, penultima delle opere teatrali di Federico Garcia Lorca. Che così la sottotitola: “Il linguaggio dei fiori”. E ne dà una definizione quasi musicale: «Poema granadino del Novecento, diviso in vari giardini con scene di canto e ballo». Il Teatro di Roma la rappresenta ora all’Argentina nell’allestimento del Piccolo di Milano.

La metafora floreale è nella vicenda umana della stessa protagonista, Rosita, di Granada, nubile ancora ventenne e innamorata di un giovane, suo cugino, che subito dopo lo scambio delle «promesse» si è trasferito lontano, a Tucumàn, e le invia lettere con il proposito di adempiere all’impegno del matrimonio. Così scorrono gli anni, molti, e nell’attesa la fanciulla ormai donna intristisce, appassisce, si dissecca come le rose del suo giardino. Chi conosca l’altro teatro di Lorca – tragedie come “Nozze di sangue” o “Yerma” – è consapevole di essere qui al cospetto di una «elegia», più che di un poema, in cui la frustrazione di Rosita ha valore emblematico circa la condizione della donna spagnola all’inizio ’900, e per estensione negli anni ’30 in cui il copione vide la luce della scena.

Il dramma affiora quando la derelitta viene a sapere che il cugino laggiù si è sposato, e malgrado questo resta abbarbicata all’illusione, continua ad amarlo pur sentendosi «oggetto smarrito», senza speranza. Mentre le amiche si sposano, vivono la vita. Ma la scrittura lorchiana, leggera come un merletto, pur affetta da qualche squilibrio espressivo, ha cadenze musicali, col basso continuo del dolore e un lirismo amaro intriso di religiosità popolare. Nella casa di Rosita si suona, si canta e si accennano danze, ma sono alleggerimenti di una realtà dolente, che fa pensare a Cechov. Soprattutto nel finale crepuscolare.

La messinscena del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, con la regia di Lluis Pasqual, è in tutto all’altezza della prestigiosa istituzione voluta e diretta da Giorgio Strehler. Andrea Jonasson, che ne fu la consorte, è Rosita, cui conferisce intensità commovente. Brillano con lei, fra gli altri, nomi storici del Piccolo: Giulia Lazzarini e Franca Nuti. Immerse nella storia triste di un fiore. Nel 1935 Garcia Lorca ne colse il senso del meraviglioso. Morì tragicamente l’anno dopo, fucilato nella guerra civile.

6 dicembre 2010

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