Il monachesimo motore della cultura europea

Il secondo incontro delle “Letture teologiche” sui grandi discorsi di Benedetto XVI, dedicato all’intervento al Collège des Bernardins di Parigi di Daniele Piccini

Il «monastero» come paradigma delle origini e dello sviluppo della cultura europea. Il contenuto del discorso parigino, tenuto nel 2008 da Benedetto XVI al Collège des Bernardins, è stato al centro della seconda delle “Letture teologiche”, il ciclo di tre incontri organizzati dall’Ufficio per la Pastorale universitaria presso il Palazzo apostolico Lateranense, che si è tenuta giovedì scorso (27 gennaio 2011).

Monsignor Sergio Lanza, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, ha visto nel tema del «ricercare Dio» il fulcro delle argomentazioni del Pontefice: «Il quaerere Deum, per cui si fondano le prime comunità monastiche, è nucleo generatore di civiltà. La ricerca di Dio feconda e valorizza l’intelligenza umana. Dio infatti viene incontro all’uomo con la Sua Parola e l’uomo è chiamato a interpretarla, attraverso l’eruditio e la cultura delle «scienze profane». Il desiderio di Dio diventa così amore per le lettere, escatologia e grammatica sono interiormente connesse». Agli studi linguistici segue lo sviluppo della cultura musicale. «Pregare la Parola di Dio – ha proseguito monsignor Lanza – richiede il coro, gli strumenti a corde, la danza e il tamburo. Infine, secondo il dettato monastico dell’ora et labora, l’uomo è chiamato a partecipare all’opera di Dio creatore con il proprio lavoro, altro caposaldo dello spirito europeo. Alla nostra cultura – ha concluso Lanza – spetta il compito di tenere viva la memoria della sorgente “monastica” che l’ha generata».

Conseguentemente, il rettore della Lumsa, Giuseppe Dalla Torre, ha letto nel discorso del Pontefice un invito a «coltivare il monaco che c’è in noi, nel senso di mantenere uno spirito, un’idea di esperienza, un percorso intellettuale, una metodologia di ricerca. Il monachesimo rappresenta infatti per Benedetto XVI un motore di elaborazione e di sviluppo della civiltà europea, cifra di comprensione della nostra cultura, intesa come ricerca intellettuale aperta alla scoperta di Dio».

Alessandro Ferrara, docente di Filosofia politica a Tor Vergata, ha analizzato le conseguenze civili del discorso di Benedetto XVI: «La Parola di Dio che i monaci studiano non è mai presente nella letteralità del testo, ma si dà in una molteplicità di Scritture che va interpretata. Questa operazione costituisce un argine all’univocità del fondamentalismo». Giustamente poi, secondo Ferrara, i creatori del movimento monastico hanno costituito delle comunità di fede all’interno delle quali dedicarsi al quaerere deum, «quando infatti la Parola aspirò a tramutarsi in legge e a ridurre la pluralità all’uno, la vita umana si è imbarbarita».

Il cardinale vicario Agostino Vallini, cui è spettato il compito di tirare le conclusioni, ha sottolineato l’importanza di un recupero del monachesimo per le nuove generazioni, «i cosiddetti “nativi digitali”, ragazzi immersi in una cultura liquida, fatta solo di forti emozioni che devono sostituirsi alle precedenti. Hanno bisogno di nuovi testimoni, come lo è stato Giovanni Paolo II, cristiani latori di messaggi credibili perché coltivano in sé il valore dello spirito monastico». Il prossimo incontro, in programma giovedì 3 febbraio alle ore 20, sarà dedicato al tema «Secolarità non è neutralità: un nuovo cammino per lo sviluppo integrale della persona umana».

31 gennaio 2011

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