Il paniere dei consumi, più tecnologico ma meno democratico

Luigino Bruni e Leonardo Becchetti commentano la recente riformulazione da parte dell’Istat: l’attuale strumento di misurazione appare datato e forse richiederebbe un ruolo più attivo da parte dei cittadini di Giuseppe Del Signore (Agenzia Sir)

L’Istat rimodula il paniere dei consumi degli italiani e noi tutti ci riscopriamo sempre più tecnologici e sempre meno cittadini consapevoli. Nell’aggiornamento 2014 l’istituto di statistica ha congedato la riparazione degli apparecchi audiovisivi e informatici per aprire a quotidiani online e altri prodotti quali sacchetti biologici per la differenziata, caffè in cialde, formaggio grattugiato e spalmabile, sigaretta elettronica. La rilevazione è sia indicatore economico sia indicatore sociale e la scelta di valorizzare certi prodotti a discapito di altri non è esente da considerazioni politiche.

Cercasi interprete. «Il paniere è attendibile – afferma Luigino Bruni, docente della facoltà di Economia della Lumsa di Roma e tra i teorici dell’economia di comunione -. Il problema è come interpretare i calcoli e le previsioni a partire dal paniere: ho l’impressione che i metodi degli economisti siano poco adeguati ai tempi. Il paniere è fatto come si fa in tutto il mondo, ma in un mondo online, sempre più veloce, questa contabilità nazionale che prosegue un modello degli anni Trenta non funziona più». Il problema interpretativo è il primo da affrontare anche secondo Leonardo Becchetti, ordinario di economia all’Università degli studi di Roma Tor Vergata. «Bisogna valutare – spiega – se il paniere può produrre modifiche nel calcolo dell’inflazione. Più beni tecnologici e più settori ad alta concorrenza fanno sì che le dinamiche dei prezzi siano ridotte e rallentate». Lungo questo crinale la valutazione economica cede facilmente il passo alla politica, tanto che secondo Bruni, «in questa nuova composizione è evidente che il governo ha tutto l’interesse politico di far vedere che c’è una ripresa. Si punta meno sui beni in crisi e più su quelli che vanno bene. Il paniere è uno strumento usato per stabilire il Pil, ma il segno del Pil e l’entità della variazione dipendono molto da elementi politici. Bisogna pensare a come si pesano i beni, non è così oggettivo e la scelta non è solo tecnica».

Vuoto di potere. Spostando l’attenzione dal versante economico a quello politico, non si tratta più di consumatori, ma di cittadini e non più di accesso ai prodotti, ma di esercizio democratico. «Ci vorrebbe – sostiene Bruni – un comitato di cittadini con esperti e famiglie che si riuniscono e valutano. Il fatto che questi studi si facciano nelle sale dei tecnici senza alcun dialogo secondo me indebolisce la democrazia. C’è un problema enorme di democratizzazione delle istituzioni economiche. Oggi con un’economia che arriva dappertutto e condiziona il benessere in modo enorme, se non avviciniamo le istituzioni alla gente, perdiamo quote di democrazia e di sovranità». Con il rischio di distorsioni nella raffigurazione della realtà, sotto o sovra stimando determinati fattori e tacendone altri. «La questione di fondo – aggiunge Becchetti – è che in realtà ogni classe sociale ha un suo paniere diverso, le classi più basse tendono a consumare di più beni alimentari. L’inflazione dei ceti bassi è leggermente sotto stimata, non bisognerebbe trovare un paniere uguale per tutti ma usare per ogni classe sociale il paniere che rispecchia in maniera più fedele il tipo di consumi che ha. Con l’aumento della ricchezza diminuisce il consumo di beni alimentari e aumenta quello di beni voluttuari». E cambia la narrazione: «Se arrivassimo – illustra Bruni – a costruire un paniere con +0,2%, ma dimenticassimo il problema della disoccupazione e della distribuzione della ricchezza faremmo un danno enorme».

Il tablet bene di prima necessità. Ma, fatte tutte queste analisi sul mezzo, quale è l’immagine dell’italiano che emerge? «Un fatto oggettivo – commenta Becchetti – è che i beni dell’elettronica sono diventati una necessità. Sono sempre più importanti, un tipo di consumo a cui non si rinuncia anche se il reddito scende». Eppure, non tutti acquistano prodotti informatici e vi è una notevole varietà diatopica (gli acquisti sono diversi tra centro e periferia e tra nord, centro e sud Italia), diastratica (varia il ceto sociale varia la tipologia di consumo), diacronica (a età diverse prodotti diversi). «Il paniere – riconosce Bruni – dice poco su diseguaglianza, disoccupazione e povertà».

Paesaggio anonimo. Accanto ai numeri può essere utile, staccando gli occhi dalle tabelle, guardarsi intorno. Il paesaggio urbano muta, si assiste a una spoliazione delle città, i centri storici diventano centri commerciali a cielo aperto. «Il paesaggio – lamenta Becchetti – cambia in peggio, è meno ricco e meno diversificato, fatto di centri commerciali, compro oro, video lottery. Il peso dell’economia informale e criminale è salito al 10% del Pil e molto di quello che vediamo in realtà si occupa di attività di riciclaggio». «L’Europa – conferma Bruni – ha dato vita non solo a una biodiversità biologica ma anche paesaggistica molto generativa. C’è un pensiero unico che si sta affermando nel mondo, e vede solo certe variabili (rapporto costo-beneficio, vincolo di bilancio, efficienza economica)». E il cittadino-consumatore rischia di trovarsi senza scelta, né democratica né commerciale.

12 febbraio 2014

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