Il Papa a Sant’Egidio indica la strada: «preghiera, poveri e pace»

A Trastevere, il Pontefice ha incontrato immigrati, anziani, giovani e disabili. Ha messo in guardia da protagonismo e indifferenza. Poi, l’invito in Sinagoga del presidente della comunità ebraica, Pacifici di Daniele Piccini

«Andate avanti su questa strada: preghiera, poveri e pace». Visitando la Comunità di Sant’Egidio, ieri domenica 15 giugno, Papa Francesco non ha aggiunto compiti, non ha suggerito ricette supplementari ai suoi ospiti. Ha invitato a proseguire ancora con determinazione in quelle tre direzioni, verso cui la Comunità già cammina da quando Andrea Riccardi la fondò, nel 1968.

Verso la preghiera, «da cui tutto comincia – ha detto Papa Francesco dalla basilica di Santa Maria in Trastevere – e che preserva l’uomo anonimo della città da tentazioni che possono essere anche le nostre: il protagonismo per cui tutto gira attorno a sé, l’indifferenza, il vittimismo. La preghiera è la prima opera della vostra Comunità, e consiste nell’ascoltare la Parola di Dio».

Verso i poveri e gli anziani, che oggi spesso «si scartano, con atteggiamenti dietro ai quali c’è un’eutanasia nascosta. Non servono, e quello che non serve si scarta». Lo scarto non fa eccezioni: «La crisi – aggiunge il Santo Padre – è tanto grande che si scartano i giovani: quando pensiamo a questi 75 milioni di giovani dai 25 anni in giù, che non hanno né lavoro, né studio».

È un male radicale quello di cui soffre il nostro continente: «L’Europa è stanca. Dobbiamo aiutarla a ringiovanire. Ha rinnegato le sue radici, ma dobbiamo aiutarla a ritrovarle». Anche i poveri sono privati «dell’essenziale, come la casa e il lavoro. Chi vive la solidarietà non lo accetta e agisce. E questa parola “solidarietà”, che tanti vogliono togliere dal dizionario, perché a una certa cultura sembra una parolaccia. No! È una parola cristiana, la solidarietà!».

Infine, il cammino più faticoso, quello verso la pace. Un lavoro che «non dà risultati rapidi, ma è un’opera da artigiani pazienti, che cercano quel che unisce e mettono da parte quel che divide. Occorre più preghiera e più dialogo: questo è necessario. Il mondo soffoca senza dialogo».

La stessa visita di Papa Francesco alla Comunità di Sant’Egidio è un abbraccio ai poveri della città di Roma, un dialogo con gli ultimi. Alle ore 17, in piazza San Calisto, lo accolgono il cardinale vicario Agostino Vallini, monsignor Matteo Zuppi, vescovo ausiliare del settore Centro, monsignor Marco Gnavi parroco di Santa Maria in Trastevere; il presidente della Comunità di San’Egidio, Marco Impagliazzo, e il suo fondatore Andrea Riccardi. Accompagnano il Papa mentre lui si protende verso le mani e gli abbracci della folla. Tra piazza San Calisto, piazza Santa Maria in Trastevere, piazza Sant’Egidio e i locali interni della Comunità, ci sono circa 10 mila persone ad incontrarlo. E Papa Francesco, come sempre, non si sottrae.

I primi che lo accolgono, a piazza San Calisto, sono gli stranieri e i profughi di Lampedusa, vittime del naufrago del 3 ottobre 2013. Al lato opposto, dietro le transenne, gli anziani del Tufello e di Ostia. Poi una eritrea ex profuga, oggi impegnata nella Comunità. Ci sono i “Giovani per la pace”, movimento di liceali di Sant’Egidio. Scambia la sua papalina con quella di un fedele, bacia bambini. Beve del mate offertogli da una mano oltre le transenne. Stringe la mano ai rom, accarezza un bimbo down.

E poi l’immancabile “selfie” con i ragazzi. Prima di entrare nella basilica di Santa Maria in Trastevere una piccola delegazione della comunità ebraica, guidata dal presidente Riccardo Pacifici, gli consegna una lettera di invito per visitare la Sinagoga di Roma, dove entrarono anche Giovanni Paolo II nel 1986 e Benedetto XVI nel 2009. Papa Francesco promette di pregare per i tre ragazzi israeliani rapiti in Cisgiordania.

In basilica, è accolto dal saluto di Andrea Riccardi, che ha ribadito l’orientamento programmatico della Comunità, la «periferia, prima a Roma e poi nel mondo, come in Africa da noi tanto amata. A Trastevere è il nostro centro: luogo di preghiera ogni sera e accoglienza, casa di ospitalità per stranieri e senza fissa dimora, mensa per chi ha fame poco lontano dall’altare dell’Eucaristia, asilo e casa di incontro per la pace».

Riccardi individua la stessa patologia spirituale nell’Europa e nella Città eterna: «Nel contatto con il grande mondo, abbiamo sentito la stanchezza della nostra Europa invecchiata introversa, preoccupata di sé, tutta economia e quindi avara. È la stanchezza di Roma, invecchiata, un po’ malata, con poca speranza. Roma è una città dove non si sta senza un’idea universale. Universale vuol dire vivere per e con gli altri. L’introversione soffoca. Mentre noi non vogliamo lasciarla solo, ma camminare in quell’estroversione evangelica che lei indica».

16 giugno 2014

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