Il Papa: «Verso i poveri, per offrire speranza»

Francesco apre il Convegno diocesano con una catechesi davanti a una folla straripante. Parla dei cristiani come dei «rivoluzionari» ed esorta a «uscire per portare la Parola di vita nei quartieri» di Angelo Zema

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Cristiani «rivoluzionari per la grazia». Chiamati a «offrire speranza» a chi vive in città, a «seminare il Vangelo con coraggio e pazienza». Con l’impegno a uscire per raggiungere «le 99 pecorelle che mancano» e ad «annunciare la misericordia di Dio là dove le persone vivono e lavorano», innanzitutto ai poveri.

Papa Francesco apre per la prima volta il Convegno ecclesiale diocesano, accolto da una folla straripante nell’Aula Paolo VI e dal saluto del cardinale vicario («noi vogliamo seguirla in questo cammino, accogliere il suo magistero»), chiedendo un nuovo slancio evangelizzatore alla sua comunità diocesana. Con una catechesi dal linguaggio semplice e dai contenuti esigenti, che coglie nel segno: 23 gli applausi che lo interrompono, da parte di circa 15mila persone che gremiscono fin dalle 18 l’Aula Paolo VI e occupano anche l’atrio e l’esterno, dove è collocato un maxischermo.

Alla chiamata per la prima serata, lunedì 17 giugno, del Convegno dedicato alla responsabilità dei battezzati nell’annuncio di Gesù Cristo, la comunità diocesana risponde con un entusiasmo senza precedenti, che conferma il “feeling” instaurato con Papa Francesco. Lui ricambia con baci ai bambini e strette di mano agli adulti, tanti sembrano quasi strattonarlo per la carica di affetto. La folla presta grande attenzione alla sua catechesi sul tema paolino “Io non mi vergogno del Vangelo” (Lettera ai Romani), accenna al dialogo quando il Papa lo richiede, condivide con lui la preghiera fino al coro finale “Gesù, Gesù”, che segue la consegna dell’immagine di Cristo Risorto ad alcuni rappresentanti della Chiesa di Roma (una coppia di catechisti del battesimo, due universitari, due seminaristi, una famiglia rom).

Il Papa rilegge il testo paolino guardando alla realtà cittadina e parla del cristianesimo come di una «rivoluzione che cambia in profondità il cuore dell’uomo». «Ciascuno di noi è peccatore», dice, e domanda di alzare la mano a chi non si sente tale. «La grazia di Gesù ci salva, da peccatori ci fa santi», e per essere santi «non è necessario girare gli occhi o avere una faccia da immaginetta, ma accogliere la grazia che ci dà Cristo» per «darla ai fratelli e alle sorelle gratuitamente».

«Anche qui a Roma – sottolinea Francesco – c’è tanta gente che vive senza speranza, sono immersi in una profonda tristezza e cercano di uscirne pensando di trovare la felicità nell’alcol, nella droga, nel gioco d’azzardo, nel potere del denaro, nella sessualità senza regole, ma si sentono ancora più delusi e sfogano la loro rabbia con comportamenti violenti e indegni dell’uomo. Quante persone tristi! Quanti suicidi!». Un pensiero preoccupato soprattutto per i giovani, verso i quali «la società è crudele e non dà speranza».

Da qui la necessità dell’impegno dei cristiani, rimarca il Pontefice, a «offrire la speranza con la nostra testimonianza, la nostra gioia. Noi che abbiamo un Padre non possiamo essere indifferenti a questa città». Occorre «seminare con la certezza che l’acqua la dà Lui. Il Vangelo è un seme, i frutti li raccoglieranno altri». Un seme destinato a tutti, «anche ai dotti, anche alle frontiere dell’intelletto e della cultura», ma in primo luogo ai poveri. E «andare verso i poveri non significa diventare pauperisti o una sorta di “barboni spirituali” – puntualizza il Papa tra gli applausi – ma andare verso la carne di Gesù che soffre, andare verso le periferie esistenziali».

Senza scoraggiarsi: il cristiano non può credere nella “dea lamentela”, ironizza. È il diavolo – che torna a nominare nei suoi discorsi, come altre volte in questi primi tre mesi di pontificato – che «vuole tenere gli uomini separati da Dio, instilla la delusione, getta nei nostri cuori semi di pessimismo e amarezza. Dobbiamo prepararci alla lotta spirituale», a una sorta di “martirio” quotidiano.

«In questo tempo in cui la gratuità sembra affievolirsi nelle relazioni interpersonali, noi cristiani – afferma Francesco – annunciamo un Dio che chiede solo di essere accolto. Pensiamo a quanti vivono nella disperazione perché non hanno mai incontrato qualcuno che li abbia fatti sentire preziosi e importanti. Non possiamo rifiutarci di andare per la paura di comprometterci».

L’invito è a «uscire da noi stessi, dalle nostre comunità». Così, se ai sacerdoti aveva chiesto nel Giovedì Santo di portare «l’odore delle pecore», ai laici raccomanda di essere «ovunque portatori della Parola di vita nei quartieri». Nella consapevolezza di essere «minoranza». In questa cultura – sottolinea il Papa alzando la voce – abbiamo una pecora… ce ne mancano 99.. . Dobbiamo uscire! Certo, è più facile restare a casa con quell’unica pecorella, ma il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle». Senza paura perché siamo «sotto la grazia».

18 giugno 2013

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