Il «Re Lear» di Placido al Quirino

Michele Pacido veste i panni del vecchio sovrano nel dramma, ambientato in una «discarica del potere», che si fa emblema della delusione affettiva, dell’inganno, della vecchiaia e della malattia di Toni Colotta

Forse solo “Amleto”, fra le opere dell’imponente creazione di Shakespeare, è stato quanto “Re Lear” argomento di una vasta letteratura critica. In comune hanno la grandezza psicologica del personaggio protagonista, che richiede un interprete di grande levatura, e continuano a scuoterci nelle pieghe più intime della nostra coscienza. Lear in specie – per usare le parole di Ingmar Bergman – riassume la quintessenza di molteplici doti e difetti umani, espressi con un linguaggio sublime.

Abbiamo modo di sperimentarlo ancora una volta ora che Michele Placido ne dà una sua interpretazione al Quirino, regista egli stesso insieme a Francesco Manetti. Anche l’attore pugliese, come la generalità dei colleghi cimentatisi in passato con questo dramma, affronta la parte in età avanzata per essere un plausibile vecchio king Lear alle prese con l’estrema svolta della propria esistenza, quando un suo atto rompe l’ordine naturale delle cose e apre una crisi epocale. Re della Britannia al tramonto, suddivide il regno in tre parti per cederle in dote alle sue tre figlie, pretendendo da ognuna preliminarmente una dichiarazione di amore filiale per assegnare le parti secondo l’intensità del sentimento esternato.

Dopo Goneril e Regan, che si profondono in rancide espressioni adulatorie di attaccamento, la terza, la prediletta, Cordelia, si limita ad assicurare un affetto doveroso, «secondo il nostro vincolo, né più né meno». Lo sgomento, la delusione del regale padre ne accende la rabbia. Disereda l’ingrata e si rifugia presso le sorelle dove patirà, sì, l’ipocrisia e l’irriconoscenza. Nella mente di Lear si insinua la follia, di cui è metafora il personaggio straordinario del Matto, con le sue facezie piene di senso. Il dramma si fa tragedia della delusione affettiva, dell’inganno, della vecchiaia e della malattia. Il re paga l’errore di non aver capito l’onestà di Cordelia e la loro fine tocca poeticamente sulla scena l’esaltazione epica.

È il messaggio di uno Shakespeare cristiano, e ispira pietà. Placido, che ha anche tradotto e adattato il testo originale insieme a Marica Gungui, nel presentare con Manetti lo spettacolo cita dalla Bibbia il discorso di Salomone sulla sapienza. E si chiedono: «Che cosa ha dunque senso in questa tragedia? Quale speranza possiamo trarre? Forse solo la conoscenza di che cosa sia l’uomo di fronte all’universo, raggiunta attraverso un percorso di spoliazione in cui l’amore e la solidarietà si mostrano nella loro essenza terribilmente umana». Gli attori si muovono in una realtà spoglia disseminata di ruderi simbolici, una discarica del potere.

23 ottobre 2012

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