Il Vaticano nella Convenzione contro la tortura

A comunicarlo è stato il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Lombardi: «Impegno anche contro criminalità finanziaria, razzismo e a favore dei diritti dei bambini» di R. S.

La Santa Sede ribadisce «il fermo impegno contro ogni forma di trattamenti crudeli, inumani o degradanti». A scriverlo, in una nota in occasione della 52ma sessione del Comitato delle Nazioni Unite sulla Convenzione contro la tortura (Cat), è stato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. Durante la sessione, la Santa Sede presenterà (il 5 e il 6 maggio) il suo rapporto ai delegati delle Nazioni Unite. «Per mettere a fuoco il significato di questo incontro e la natura del dialogo che vi avrà luogo – specifica padre Lombardi -, occorre anzitutto mettere bene in chiaro che, data la natura di questa Convenzione, la Santa Sede ha aderito alla Convenzione per conto dello Stato della Città del Vaticano (Scv), cosicché la sua responsabilità giuridica per l’applicazione riguarda il territorio e le competenze dello Stato della Città del Vaticano».

Nello scritto, ricorda padre Lombardi, che la revisione della legislazione penale dello Stato della Città del Vaticano «è stata compiuta con le nuove leggi promulgate l’11 luglio dello scorso anno 2013 ed entrate in vigore il 1° settembre successivo (Leggi n. VIII e IX)», che «rendono effettivamente la legislazione penale e di procedura penale vaticana conforme alla Convenzione». La revisione è stata «ampia e profonda così da adeguare la legislazione vaticana alle esigenze di diverse Convenzioni internazionali. Quindi non solo contro la tortura, ma anche contro la criminalità nel campo economico e finanziario, contro la discriminazione razziale e per i diritti del fanciullo».

Padre Lombardi conclude poi con «l’auspicio di poter svolgere un dialogo sereno e obiettivo, pertinente al testo delle Convenzioni e alle loro finalità. Altrimenti le Convenzioni vengono snaturate e i Comitati rischiano di perdere autorevolezza e scadere a strumenti di pressione ideologica invece di essere il necessario stimolo verso l’auspicato progresso nella promozione del rispetto dei diritti delle persone umane».

5 maggio 2014

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