Incontro con il Nobel Shirin Ebadi

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne il magistrano iraniano racconta la lotta per i diritti nel suo Paese e non solo: «È importante il pensiero delle persone, non il genere cui appartengono» di Graziella Melina

«È importante credere nella strada che hai intrapreso: questo ti dà forza per andare avanti». Shirin Ebadi, iraniana, magistrato, premio Nobel per la Pace nel 2003, parla in modo controllato, serio, davanti alla numerosa platea che ieri pomeriggio, 24 novembre, la ascoltava alla Sala Stampa Estera. L’occasione: la presentazione del libro di Marisa Paolucci «Tre donne una sfida», patrocinato dall’associazione nazionale volontarie Telefono Rosa, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Racconta la sua storia, e quella delle donne del suo Paese. Ma vuole subito chiarire: «Purtroppo alcuni rappresentanti della stampa presentano la donna musulmana come molto debole, rinchiusa nella propria casa, che cucina e non fa altro. Anche io accetto che la condizione delle donne in molti Paesi musulmani è molto discriminata ma – ribadisce – le donne musulmane stanno fortemente lottando contro questa situazione. Non è vero – insiste – che accettano queste discriminazioni e non protestano. Dopo le presidenziali del 2009 avete visto anche voi che le donne in Iran erano in prima fila e sono state uccise per strada. Le donne musulmane vogliono avere la loro parte nella società». Ci tiene a puntualizzare però che sarà un percorso ancora lungo. «La stampa occidentale – continua – quello che sta accadendo in Africa lo chiama Primavera araba. Non basta che vada via un dittatore, bisogna che venga sostituito dalla democrazia. E questa ci sarà quando le donne avranno gli stessi diritti degli uomini. Le donne musulmane – afferma il premio Nobel – stanno lottando per quel giorno. Siate sicuri che la Primavera sicuramente arriverà».

Dopo la rivoluzione islamica del 1979 Shirin Ebadi fu costretta ad abbandonare la magistratura. Aperto lo studio di avvocato, si è battuta per difendere i dissidenti politici. Minacciata di morte dal regime, dal 2009 è costretta a vivere all’estero. «Quando le donne hanno posizioni politiche importanti – spiega rispondendo a una domanda – riescono anche a realizzare meglio i loro progetti. Ma prima di tutto, è importante come pensano le persone, non il genere. Ho conosciuto e conosco moltissimi uomini che hanno un grande rispetto per i diritti delle donne. E conosco anche molte donne che per mantenere il proprio potere politico dimenticano che sono donne. Le persone che stanno ai posti di potere devono assolutamente credere nella parità dei diritti».

Poi, interpellata sulla situazione politica iraniana, continua: «Finora il regime ci ha fatto capire che non vuole che ci sia un intervento militare straniero», che autorizzerebbe «il governo a mettere ancora più pressione sulle persone che lottano per la libertà». In Iran «sono tutti contro il regime, ma la struttura del governo è tale che anche se c’è un riformatore, come Mohammad Khatami, non riesce a fare niente contro queste leggi. Ora le manifestazioni per le strade non ci sono più, perché il governo ha avuto reazioni violente, ma questo non vuol dire che il popolo non continui la propria lotta. L’Iran è come un vulcano». Ebadi sa di rischiare la vita per le sue battaglie. Ma non si ferma. «Sono una musulmana credente, la mia fede mi dà più forza – rivela -. La paura è un istinto, come quando hai fame: ti viene comunque. Ma i molti anni di esperienza lavorativa e di lotta mi hanno insegnato come controllare questa paura e andare avanti. Il premio Nobel mi ha dato la possibilità di far arrivare la mia voce a livello internazionale e di far sapere quello che accade nel mio Paese. Ma – aggiunge subito – all’interno del mio Paese non mi ha aiutato: credono che sia stata insignita per rovesciare il regime. Ma io non sono un leader politico, sono solo un difensore dei diritti umani».

Dopo il 2009, il suo studio di avvocato è stato attaccato e chiuso. I suoi beni sequestrati. il governo ha venduto all’asta tutte le sue proprietà, con l’accusa di non aver pagato le tasse sul premio Nobel. Il marito e la sorella arrestati. «Hanno preso loro perché non potevano arrestare me – spiega -. Io non ero lì. Hanno ritirato il loro passaporto, così non possono viaggiare. Ma questo non ha cambiato il mio comportamento. Amo la mia famiglia, ma la giustizia l’amo di più». Da allora il regime ha iniziato a minacciarla. «Ho risposto: “A tutti noi un giorno ci aspetta la morte. Inutile che abbia paura di quel giorno, non so quando arriverà”. Da giugno del 2009 sono fuori dal mio Paese. Ma lavoro per il mio Paese. È naturale che mi manchi, però ho doveri da compiere». Si ferma, ha finito il suo intervento, ma subito richiede la parola. Vuole raccontare un episodio. «Un giorno un ragazzo mi ha consigliato: “Fai con la carta un fiore. Scrivi che ti manca la tua famiglia e buttalo nell’acqua, così ti sentirai meglio». A questo punto, mostra un fiore di carta. Ben stretto in una mano. E, tra le lacrime, sorride commossa. Oggi, venerdì 25 novembre, sempre grazie al coordinamento di Telefono Rosa, incontra 900 ragazzi delle suole romane al Teatro Quirino, per discutere di violenza sulle donne nei diversi Paesi del mondo.

La Giornata contro la violenza sulle donne venne istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni unite il 17 dicembre 1999, in ricordo dell’assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal che si opposero al regime del dittatore dominicano Rafael Leo’nida Trujillo. Secondo gli ultimi dati dell’Istat riferiti al 2006, in Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima nella sua vita dell’aggressività di un uomo, sei milioni 743mila sono quelle che hanno subìto violenza fisica e sessuale. Secondo la ricerca europea “Daphne III” del 2010 sui danni indiretti nello sviluppo psicofisico sui minori che assistono alle violenze nei confronti delle madri, nel 100% dei casi la madre sopporta la violenza per i figli e per salvaguardare l’unità della famiglia. Le donne trovano il coraggio di denunciare solo quando sono coinvolti i figli. Secondo l’Osservatorio nazionale sullo stalking, il 10% circa degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 ha avuto come prologo atti di stalking: l’80% delle vittime sono appunto donne e la durata delle molestie insistenti è di circa un anno e mezzo.

25 novembre 2011

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