India, “Finale di partita” vertice poetico di Beckett

Non convenzionali i personaggi sulla scena, nell’allestimento curato da Massimo Castri, che per la prima volta affronta l’opera di Toni Colotta

Samuel Beckett l’inafferrabile, l’ambiguo, l’amarissimo. Molti i giudizi accumulatisi nel tempo sul teatro del grande scrittore franco-irlandese. Grande nel rispecchiare l’angoscia di vivere e l’incessante ricorso alla parola per liberarsene. Un «classico» nelle sue strutture drammaturgiche, ancora rivoluzionarie malgrado le svariate modalità con le quali è stato portato sulla scena.

La stagione teatrale in fase di stanca, mentre incombe l’estate, ci riserva fra le mura dell’India – fino al 20 – l’occasione di accostarci all’ennesima «lettura» registica di “Finale di partita”, l’opera beckettiana considerata il vertice poetico di una ricca produzione intellettuale, quanto e più di “Aspettando Godot”. L’unica che rimandi a una speranza trascendente.

Con tante esegesi sceniche che si sono addensate su “Fin de partie” la regia di Massimo Castri, che per la prima volta l’affronta, aiuta a cogliere i simboli di una concreta condizione umana nell’astrattezza dell’insieme. Estraendo anche un filo sottile di umorismo. Non convenzionali i personaggi: Hamm cieco inchiodato su una poltrona, Clov l’irrequieto al suo servizio, in un bunker fuori del quale non ci sono che macerie, mentre compaiono Nagg e Nell, genitori di Hamm, costretti a vivere in bidoni.

14 giugno 2010

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