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Insegnanti di religione, davvero «i privilegiati di Dio»?

«Maestra, lo vedi Pierino, che mi passa davanti nella fila? È un’ingiustizia…». Chissà quante volte al giorno una maestra di asilo si deve sorbire questa cantilena lamentosa. Di continuo i bambini si lamentano per i dispettucci del compagno, e ogni volta la maestra deve intervenire per capire come stanno davvero le cose. Eh sì, perché non sempre la lamentela è fondata: càpitano anche i bambini petulanti, che si sentono trascurati come Calimero e credono di subire torti e ingiustizie, quando invece non è esattamente così.

Beh, a volte quando si parla di insegnanti di religione mi sembra di assistere alla stessa scena. Nei giorni scorsi alcuni organi di stampa hanno diffuso la notizia che «i prof di religione sono pagati meglio e sempre più numerosi», mentre la Commissione Europea nutre «dubbi» che la procedura italiana per il loro reclutamento possa essere incostituzionale perché discriminatoria nei confronti di coloro che non appartengono alla confessione cattolica.

Come sempre accade quando si vuol sollevare il polverone, la prima cosa da fare è confondere le acque. Miscelare informazioni corrette e interpretazioni tendenziose, si sa, è la miglior ricetta per stuzzicare l’interesse delle folle. E anche stavolta alcuni giornali ci sono riusciti benissimo. Perciò proviamo a fare un pizzico di chiarezza, almeno per chi vuol avere la pazienza di capire qualcosa prima di aprire la bocca. Tanto chi è convinto di sapere già tutto e di avere comunque ragione, si risparmierà volentieri questa fatica, e andrà avanti per la sua strada come un treno.

Primo fatto. «In data 16 luglio 2008 la Commissione Europea ha richiesto attraverso una lettera informazioni allo Stato Italiano relativamente alla discriminazione su base religiosa esistente nel nostro paese circa le modalità di assunzione degli insegnanti di religione». Così ha dichiarato, in una nota sul sito del suo partito, il deputato radicale Maurizio Turco. È la risposta di Bruxelles all’esposto da lui stesso presentato alla Commissione Europea, nel quale accusava la procedura italiana per assumere gli insegnanti di religione cattolica di non rispettare disposizioni europee. Si tratterebbe infatti di una grave forma di discriminazione di un lavoratore (l’insegnante) a causa del credo religioso: il cattolico sì, gli altri no. Si attende una risposta da parte italiana.

Secondo fatto. Un docente di Campobasso, precario da sette anni, ha avviato un ricorso, chiedendo all’amministrazione dello Stato che gli vengano riconosciuti gli scatti di anzianità anche per gli anni in cui ha già insegnato come precario. Al momento, il ricorso è stato accettato.

Fin qui i fatti. Ma quali sono le interpretazioni? Leggiamo i giornali: «Prof di religione, privilegiati di Dio», titola in prima pagina un quotidiano del 9 ottobre. E nell’articolo specifica: i «prof di fede cattolica» sono «privilegiati da sempre: sia che siano supplenti precari che di ruolo. Un caso che pone la questione della violazione del principio di uguaglianza e sul quale la Commissione Europea ha aperto un dossier». Per essere ancora più espliciti: «per loro – sempre i prof di religione – non ci sono tagli. E i precari nominati dal Vicariato prendono anche lo scatto biennale di anzianità». Insomma: come sempre, i cattolici in genere e i preti in specie predicano bene ma razzolano male. Fanno i furbetti e si rigirano le cose sempre a modo loro: sono dei drittoni, anzi, dei veri e propri raccomandati: non solo i vescovi gli trovano il posto di lavoro, ma hanno anche lo stipendio più alto degli altri!

Ora: cerchiamo di controllare la foga e procediamo con calma. Se ben capisco, le accuse possono essere articolate in tre domande. Primo: gli IdR devono essere giudicati idonei dal vescovo: questa non è forse una discriminazione? perché mai – si chiede la Commissione Europea – deve essere l’autorità ecclesiastica a giudicare la loro competenza? Inoltre – ed è il secondo punto – per quale ragione, mentre gli insegnanti di altra disciplina per accedere al posto di ruolo devono sottoporsi all’estenuante e interminabile trafila del precariato in attesa di concorsi-miraggio, gli IdR vengono invece fatti assumere del vescovo per direttissima? E infine, (terza questione) perché, mentre i supplenti non hanno diritto agli aumenti di stipendio degli scatti di anzianità, questo privilegio è invece concesso ai supplenti di religione?

Con la chiarezza dell’antica tradizione logica che ha caratterizzato per secoli la nostra cultura cristiana, ad primum respondeo quod l’istituto dell’«idoneità» da parte dell’autorità ecclesiastica non è una discriminazione, ma una necessità. L’insegnamento della religione infatti può caratterizzarsi per una triplice appartenenza confessionale: quella dell’insegnamento, quella dell’insegnante, quella dello studente. In altre nazioni europee – ad esempio la Germania – si prevede un insegnamento religioso triplicemente confessionale: un insegnante cattolico insegna dottrina cattolica a studenti cattolici; un protestante dottrina protestante ad alunni protestanti, ecc.

In Italia è invece prevista una duplice appartenenza confessionale: un insegnante cattolico insegna religione cattolica ad un alunno… di qualsiasi confessione o religione, purché scelga liberamente di avvalersi di questo insegnamento. Qualunque sia la fede – o la non fede – dello studente, il patto educativo prevede che però si faccia conoscere ciò che la Chiesa cattolica crede ed insegna. Per questo è la Chiesa stessa, nella persona del vescovo (e, concretamente, dei suoi collaboratori) a valutare nei candidati all’insegnamento la capacità di esprimere, con la parola e con la testimonianza della vita, l’intimo sentire della tradizione cattolica.

Ecco la «necessità» del riconoscimento da parte dei vescovi: né più né meno che quello che fa un commercialista per essere iscritto all’albo dei commercialisti o uno psicologo nell’albo degli psicologi. Certo, sarebbe pensabile anche un insegnamento del tutto aconfessionale; ma nell’articolo precedente di questa rubrica ho cercato di indicare le ragioni per cui non considererei positiva una scelta del genere. In ogni caso, l’Italia, come del resto la maggior parte delle Nazioni europee, ha di fatto scelto la via dell’insegnamento confessionale.

Però – ed è la seconda obiezione – se uno si piega alle “forche caudine ecclesiastiche” entrando così nelle grazie del vescovo, la Chiesa gli stende davanti un tappeto rosso che lo conduce in men che non si dica al posto di ruolo, a differenza di quanto accade agli altri poveri precari. Sed contra, dicendum est quod semmai sono gli IdR ad aver patito per anni una condizione di subalternità.

Innanzi tutto non è vero – come qualcuno ha scritto in questi giorni – che si tratti di «nomina vescovile»: come ben sa chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la questione, la nomina avviene «d’intesa» tra autorità scolastica e autorità religiosa. Nel dettaglio, questa è la logica del procedimento: lo Stato Italiano riconosce che una scuola che non offrisse ai suoi studenti anche la conoscenza della religione cattolica e l’opportunità di riflettere sulle grandi tematiche religiose sarebbe una scuola carente.

Essendo uno Stato laico, si dichiara – giustamente! – non competente in materia religiosa, e chiede pertanto la collaborazione della Chiesa cattolica. In concreto, rileva (oggi su base regionale) la quantità di ore di religione per quali si deve trovare un insegnante e chiede alla Chiesa: quali insegnanti mi trovi per soddisfare questo bisogno educativo? L’autorità ecclesiastica fa così la sua proposta di nomina e, se non emergono motivi per contestarla, si procede d’intesa ad affidare gli incarichi per coprire le esigenze orarie.

Ovviamente, per i giovani insegnanti non si tratta di posti di ruolo, ma di supplenze temporanee o, al massimo, di incarichi annuali. La gavetta la fanno tutti: e meno male! Perché sapere le cose non significa automaticamente saperle insegnare, ed è bene che tutti i docenti, qualunque disciplina vogliano insegnare, entrino nella scuola non sul tappeto rosso ma in punta di piedi e per gradi.

Ora, ed arriviamo al terzo punto, è solo da qualche anno (esattamente dal 2005) che gli insegnanti di religione hanno la possibilità di entrare in ruolo. Prima erano tutti necessariamente precari a vita. La legge 186 del 2003 ha sanato questa disparità di trattamento (se proprio di discriminazioni si vuol parlare…) con una revisione dello stato giuridico degli insegnanti di religione e un conseguente concorso statale per l’accesso al ruolo. E così, dopo aver superato come tutti l’«anno di prova», in tre scaglioni progressivi, dal 2005/’06 al 2007/’08 il 70% degli insegnanti di religione, “precari” magari da venticinque o trent’anni, ha potuto finalmente ottenere il contratto a tempo indeterminato.

Ecco spiegato il perché di queste immissioni in ruolo, così controcorrente rispetto ai tagli che si annunciano per il personale della scuola: altro che privilegio! Il restante 30%, secondo la citata legge, rimane ancora a tempo determinato: una percentuale decisamente superiore alla quota “fisiologica” di insegnanti precari in qualunque altra disciplina.

A dire il vero, proprio per venire incontro ai diritti minimi di tali insegnanti, prima del 2003 la normativa prevedeva che dopo quattro anni di insegnamento l’insegnante di religione fosse considerato “stabile”, ossia potesse ottenere i benefici di progressione di carriera (fermo restando che, in caso di contrazione degli organici, non avrebbe avuto nessun “paracadute sociale”, proprio come ogni precario). Ora, dopo il concorso del 2004 tale disposizione è stata confermata per gli insegnanti di religione che non sono stati immessi in ruolo. E proprio questa è stata la pietra dello scandalo: «e perché a loro sì e a noi no?».

Giusta la domanda; ma… attenzione alla risposta! Perché dalla risposta a questa domanda e dal rapporto con le altre due questioni si capisce il motore di tutta la polemica. Si sarebbe potuto dire, con saggezza da sindacalista: «Meno male che gli insegnanti di religione hanno ottenuto questo riconoscimento: può essere un buon punto di partenza affinché lo stesso trattamento valga anche per tutti gli altri precari (come peraltro fin dall’origine prevedeva la normativa)». E invece no: sembra più importante che venga tolto qualcosa a tali insegnanti, piuttosto che venga concesso (o meglio: riconosciuto) qualcosa anche agli altri. Eh sì. Perché, a detta di qualcuno, gli insegnanti di religione hanno un peccato originale: esistono. E poiché, per emendarli da questa colpa, si vorrebbe cancellarli, il discorso viene buttato sul versante economico: se loro non ci fossero più, tutti i soldi che vanno a finire nelle loro tasche potrebbero essere distribuiti nelle tasche degli altri insegnanti.

Questa strategia sembra voler difendere i diritti dei poveri insegnanti precari, e si ammanta così del nobile ideale della «tutela dei lavoratori». Dimentica però un piccolo dettaglio: anche gli insegnanti di religione sono lavoratori, come tutti gli altri. Anche loro insegnano per vivere, oltre che per passione. Anche loro conoscono bene le fatiche della scuola, la sfida permanente con gli alunni, la modesta retribuzione. Anche loro, di norma, hanno famiglia o vorrebbero averla, basandosi su un minimo di garanzia economica: perché meno del 5% di essi è un sacerdote. La maggioranza degli insegnanti di religione condivide con gli altri insegnanti la stessa attività professionale e lavorativa: non rubano nulla a nessuno. A meno che non si consideri l’insegnamento della religione in sé un’ingiustizia da cancellare.

Siamo così arrivati, mi pare, alla radice della questione: e cioè il malanimo contro l’ora di religione e l’istituzione che la impartisce. Se questo è l’assunto di partenza, tutto il resto si spiega. Ma finché lo Stato Italiano riconosce che la fede cattolica fa parte integrante della cultura del nostro Paese e chiede alla Chiesa una collaborazione per l’educazione delle nuove generazioni, confidando che questo contributo sia utile e irrinunciabile, è giusto che gli insegnanti di religione stiano nella scuola alla pari di qualsiasi altro insegnante.

10 ottobre 2008