Kuzyk: «Per gli stranieri serve più informazione»

Intervista al nuovo delegato del sindaco per l’integrazione delle comunità degli immigrati a Roma. «Le nostre culture possono coesistere, dobbiamo arricchirci reciprocamente» di Massimo Angeli

Ucraina, 39 anni, in Italia dal 2000, Tetyana Kuzyk è da pochi giorni il nuovo delegato del sindaco per “l’integrazione delle comunità degli immigrati a Roma”. Per sei mesi rappresenterà il Comune presso le comunità straniere. Alla fine del suo mandato cederà il posto ad un africano, Okeadu Victor, cui seguiranno Achiadipo Romolo, Salvador Sabio e il sud americano Madison Goday Sancez. Insegnante di lingue e giornalista, nel 2006 era stata eletta Consigliere Aggiunto del Comune di Roma per l’Europa dell’Est.

Signora Kuzyk, sono passati solo pochi giorni dalla sua elezione, ma ha già pensato a quale sarà la prima cosa che farà come delegata del sindaco per i problemi dell’integrazione?
È una cosa che abbiamo già iniziato a realizzare con l’assessorato alle Pari opportunità. Si tratta della distribuzione di un opuscolo per le donne immigrate, all’inizio stampato solo in italiano, ma poi in tante altre lingue, dove sarà spiegato come costruirsi una vita a Roma. Dove fare i documenti per il permesso di soggiorno o quali passi fare per un ricongiungimento familiare. Quello dell’informazione è uno dei problemi più sentiti dagli immigrati.

Quali sono i principali punti del suo programma?
L’obiettivo principale è di offrire una visione realistica dell’immigrazione, lontana da stereotipi e luoghi comuni. Il problema vero è di trovare momenti di contatto fra italiani e stranieri, che troppo spesso viaggiano come mondi paralleli. Bisogna fare delle cose insieme, organizzarle insieme. Per questo ho intenzione di domandare al Comune di aprire il suo “cuore”, e cioè uffici, scuole, spazi dell’amministrazione, per poter accogliere, anche nel fine settimana, gli immigrati.

Quali sono i poteri che le sono stati riconosciuti? Cosa può fare obiettivamente in questo incarico?
Bisogna ricordare che è la prima volta che un delegato assume questa funzione; prima esisteva la delega alla multiculturalità, ed è la prima volta che ad assumere questo ruolo è un consigliere aggiunto. Sicuramente avrò una funzione consultiva, ma non solo, come delegato del sindaco posso realizzare i progetti decisi dalla mia equipe e far mettere a bilancio le proposte degli immigrati.

Da donna immigrata che vive a Roma, come giudica le politiche nostrane in tema di immigrazione?
Le politiche riflettono il momento storico che vive una società, e la società italiana ancora non è pronta ad accettare gli immigrati come una forza lavorativa qualificata. Servirebbero politiche che sensibilizzino la società su questi temi, che mettano in chiaro che anche gli immigrati hanno i loro diritti, come quello all’integrazione. A volte penso che gli italiani ci vorrebbero vedere per sempre come badanti o muratori, mentre tutti sognano un futuro migliore per sé stessi e per i loro figli. Io sono entrata in Italia senza permesso di soggiorno, ho fatto la baby sitter, ma era forte in me il desiderio di investire su me stessa, studiare, apprendere, e come me questo lo desiderano in tanti.

E come giornalista, invece, come giudica l’attenzione rivolta dai media al fenomeno dell’immigrazione?
Tocca un tasto molto delicato. La mattina quando arrivo in ufficio devo farmi forza per leggere la rassegna stampa. Gli immigrati riempiono solo le pagine di cronaca nera, e non è giusto, è riduttivo. Ma come facciamo ad educare la società se la mettiamo sempre su questi toni… credo che i giornalisti pensino solo alla carriera e dimentichino che possono svolgere un ruolo importante per cambiare in meglio la società italiana.

Molte associazioni che lavorano a favore degli immigrati denunciano la mancanza di una vera politica di accoglienza a Roma…
Beh, credo che in giro per l’Italia ci siano molte belle esperienze che la città potrebbe replicare. Penso a forme di accompagnamento che ho visto realizzate in Emilia, dove gli immigrati non vengono mai lasciati soli nel loro percorso di inserimento, dove esistono case di accoglienza per le mamme straniere con bambini piccoli, dove c’è sempre qualcuno che letteralmente accompagna gli stranieri negli ospedali o negli uffici dove debbono espletare delle pratiche.

Per la sua esperienza quanto conta il desiderio di integrarsi nella comunità di arrivo da parte dell’immigrato?
Sicuramente questo desiderio è fondamentale, ma è anche vero che deve essere motivato. A volte gli stranieri hanno solo paura di avvicinarsi agli italiani. Bisogna trovare i modi di avvicinarli, rispondere alle loro esigenze e poi fare delle richieste.

Tra sei mesi dovrà lasciare il suo incarico ad un altro consigliere. Sei mesi sono pochi, ma cosa spera di lasciare in eredità a chi la seguirà?
Vorrei lasciare un incarico ben delineato nella sua fisionomia e dei tavoli di lavoro ben avviati. Penso a quelli sulle politiche sociali, la sicurezza, i diritti delle donne. Ma vorrei lasciare loro, così come a tutta la cittadinanza di Roma, un messaggio. Che la cultura del Paese dove siamo venuti a vivere e quelle dei nostri Paesi di origine possono coesistere, che possiamo arricchirci reciprocamente, che si possono avere due identità. Basta offrire possibilità di incontro e di vera conoscenza. E di questo ne sono fermamente convinta.

10 febbraio 2010

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