La coppia, le sofferenze nascoste e la possibile felicità

di Angelo Peluso

Potremmo scrivere molto sulle dilaganti solitudini mascherate dell’attuale società impropriamente definita moderna. Basti pensare alle sempre più diffuse forme di “dipendenza” spesso nemmeno visibili. Spesso proprio nelle dinamiche familiari si innescano quelle debolezze che da una parte non aiutano di certo a fronteggiare l’invadenza di una società senza valori e dall’altra rendono molto fragile una persona.

Si pensi per esempio a quello che definisco “la sindrome del sorriso spento”: è causata di solito da destabilizzanti invasioni psicologiche di terzi (familiari o estranei autorizzati) o da prigioni di comodo in cui da soli ci si chiude perché rassicuranti. Le persone che soffrono di questa sindrome hanno una chiara visione della propria situazione esistenziale che “coprono” molto bene nelle relazioni sociali e nella vita di ogni giorno. Difficilmente ne parlano con qualcuno e la loro esistenza è pervasa da una malinconia di fondo che li porta guardare la realtà esterna con pessimismo anche se non lo manifestano apertamente.

Un’altra forma di negatività pervade invece chi è prigioniero di quello che ho definito “ateismo affettivo”: la persona vive nella più totale negazione dell’affettività verso se stesso e verso di chi gli sta accanto, mascherata da presunti modi di amare che in realtà sono solo atteggiamenti di possessività. Costoro non danno gioia e sono chiusi in un cupo pessimismo che li porta a ritenere inutili e banali feste di compleanno, ricorrenze, momenti di condivisione conviviale. La loro casa è piena solo di tristezza che si sente a pelle. Sono naturalmente legati alla valorizzazione del denaro e di conseguenza hanno un’avarizia che sfiora spesso il ridicolo. Quando si imbattono in persone che nonostante tutto gli trasmettono affetto e disponibilità, rispondono col silenzio non riconoscendo alcuna forma di gratitudine. Non comprendono qualsiasi gesto di gentilezza gli venga fatto, creando inevitabilmente rabbia in chi fa questo dono. Chiunque accanto a loro si sente un estraneo.

Ogni rapporto d’amore richiede “una cura” costante perché è questo che lo fortifica e lo rende una fonte inesauribile di energia per i coniugi e per la società. Chi di noi non resta affascinato dagli spot pubblicitari che presentano famiglie modello, coppie romantiche profondamente innamorate per anni e anni in perfetta sintonia con i loro figli e le famiglie di origine. Una cooperazione così perfetta che ci lascia sognare.

Poi c’è il contrasto stridente della realtà quotidiana, rotture affettive sconvolgenti sia di persone amiche che di familiari e i conseguenti “dolori” spesso mascherati e inutilmente nascosti o per non arrecare tristezza a terzi o per una presunta immagine sociale.

La coppia si perde lentamente trascurando il significato che ognuno ha dato nella propria vita all’essere in due, dimenticandosi delle emozioni semplici e profonde che avevano messo in moto i primi incontri. Ci si perde dimenticandosi delle ricorrenze, anche le più banali, che tali non sono e non devono essere mai, dovendo continuamente difendersi da critiche, squalifiche e attacchi spesso gratuiti e fuori luogo, non riconoscendo i pregi del partner, negando all’altro anche alcuni suoi modi di essere e quindi annullando la sua personalità, volendo eliminare alcune abitudini o attività ritenute disturbanti.

Non si può definire coppia quell’unione dove uno o entrambi hanno deciso di “trasformare” l’altra persona in funzione delle proprie necessità. Un simile clima porta a rifugiarsi nella propria solitudine, guardando all’altro – e ai figli di conseguenza – solo nell’ottica del dovere, pensando che il partner è la fonte del proprio malessere.

L’identità della coppia nella società contemporanea è fortemente minata dalla fretta di vivere, di sperimentare sensazioni nuove senza nemmeno capirne il significato e da modelli negativi della famiglia. Non ci si rende conto che paradossalmente si è conniventi del consumismo degli affetti fino ad arrivare a forme di “esibizionismo affettivo” in cui gli altri sono solo oggetti e le emozioni vengono represse per dar spazio solo ad un narcisismo oscuro.

Imparare a essere coppia significa cooperare nella gestione economica della casa che non deve essere unilaterale o peggio legata a stereotipi culturali. Aspetti apparentemente banali, come fare la spesa insieme, creano intimità così come la crea la colazione, il pranzo, la cena senza la presenza della televisione. In quei momenti si dà significato alla gioia di essere insieme, al dono che si è ricevuto e si sente la benedizione divina del condividere.

Quanta intimità c’è in queste cose apparentemente banali, nello scegliere insieme gli alimenti, un dono, un vestito, nel preparare un pranzo per se stessi o per gli amici, nel raccontarsi il lavoro di ogni giorno, nel sorridere per una barzelletta!

15 febbraio 2008

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