La cultura del limite e il rispetto dell’uomo

Riflessioni sull’identità umana nel secondo incontro sulle omelie pasquali del Papa. Protagonisti: il teologo Livio Melina, Angelo Luigi Vescovi, biologo cellulare, e la giurista Laura Palazzani di Graziella Melina

La nostra identità «non si esaurisce nel corpo». C’è in noi infatti «qualcosa di unico, che non muore, che supera le coordinate della materia». Per monsignor Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, al di là dello spazio, del tempo e del «muro dell’alterità», «il corpo attesta anche la possibilità di un superamento di questi limiti. Esso infatti scopre proprio nella relazione con gli altri di essere chiamato a un’apertura nell’amore». Lo ha spiegato giovedì sera, al secondo degli incontri teologici promossi dalla diocesi e organizzati dall’Ufficio per la pastorale universitaria, nel Palazzo del Vicariato (l’ultimo, giovedì prossimo, alle 20, sarà concluso dal cardinale Vallini). Tema della serata: «L’identità dell’uomo nel tempo e oltre il tempo».

Commentando l’omelia della veglia pasquale di Benedetto XVI del 22 marzo 2008, monsignor Melina ha sottolineato: «Come creatura l’uomo ha la vita non come un possesso da trattenere gelosamente ma come un dono che deve imparare a ricevere e a donare», in una costante apertura all’altro. «L’incontro interpersonale – ha aggiunto – spalanca l’orizzonte della vita a una condivisione dell’intimità personale, che fa intuire la prospettiva dell’immortalità». È appunto «nell’esperienza dell’amore che possiamo sperimentare fin da ora quella vita eterna in cui si compirà, come comunione dei santi, la nostra identità personale».

Alla riflessione teologica di monsignor Melina si sono poi affiancate due diverse prospettive culturali. Per il biologo cellulare Angelo Luigi Vescovi, direttore scientifico dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo, che ha ripreso il tema dei limiti dell’essere umano, «la percezione di quello che ci circonda è estremamente parziale: attualmente noi percepiamo il 10 per cento di tutto quello che c’è nel creato». Non solo. «Per motivi di sopravvivenza – ha proseguito – il nostro sistema nervoso centrale percepisce la realtà in maniera dicotomica». E infatti, l’individuo «percepisce se stesso nel contesto dell’alterità», separato dall’esterno. Ma non è così. «Il modo in cui percepisco me stesso – ha spiegato Vescovi – altro non è che una forma particolare del creato in esso perfettamente calata». Insomma, «in una visione più olistica, l’essere umano è una cosa più ampia. Si estende nello spazio ben oltre i suoi limiti», perché «è una parte del tutto». Ma il tema dell’identità dell’uomo e dei suoi limiti pone molti interrogativi anche di natura bioetica.

Oggi si è affermata «una nuova forma di dualismo tra corpo e identità personale», ha sottolineato Laura Palazzani, giurista, docente della Lumsa. Si sostiene cioè che «il corpo sia solo materia», e «la persona sia l’individuo in grado di esercitare certe funzioni». Ma, ha ribadito Palazzani, «la persona è nel corpo, e si manifesta attraverso il corpo. Che è molto di più di un oggetto». E infatti «ogni persona è un soggetto che merita di essere rispettato e protetto anche se ha una qualità di vita bassa». Il problema dunque è che c’è una «cultura che non accetta il limite». L’uomo «si sente onnipotente e pensa di poter gestire la propria vita e la propria morte. Di scegliere come e quando morire». Eppure è proprio la cultura del limite che «può sollecitare al rispetto dell’essere umano, dall’inizio alla fine».

27 gennaio 2012

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