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La famiglia al tempo della questione antropologica

“Riconoscere i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Non si tratta di aprioristica difesa di un dogma o di confessionalismi esasperati. A parlare chiaramente, prima che possa levarsi qualsiasi arzigogolo pindarico, c’è la Costituzione della Repubblica italiana: Titolo II, articolo 29 e seguenti. E ancora: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, all’articolo 16, tutela il diritto di “uomini e donne di sposarsi e di fondare una famiglia” che è “nucleo naturale della società”.

È dalla volontà di un confronto a partire dal “diritto naturale”, che modella i diversi “diritti positivi” su famiglia e sessualità che prende le mosse l’attività dell’associazione “Manif pour tous Italia”. Con la parrocchia di Sant’Ippolito, Manif ha organizzato, lunedì 7 aprile, un incontro al Cinema delle Provincie dal titolo «Sarà ancora possibile dire mamma e papà? La famiglia al tempo della questione antropologica». Le basi giuridiche citate sono quelle grazie alle quali «è possibile garantire a tutti la libertà di espressione, preservare l’unicità del matrimonio tra uomo e donna – ha detto il portavoce di Manif, Filippo Savarese – e il diritto del bambino ad avere un padre e una madre».

L’associazione, che ha portato nelle piazze francesi milioni di persone, di fede e culture diverse, a protestare contro il progetto di legge a favore del matrimonio di persone dello stesso sesso, si sta organizzando anche in Italia per «informare e creare una “rete di buone volontà” da schierare – ha sottolineato Savarese – a difesa di un sistema sociale che sia sempre più incardinato sulla famiglia». Un sistema che ha da sempre «modellato le proprie leggi – ha puntualizzato Maria Pia Baccari, docente di Diritto romano alla Lumsa – facendole discendere dai principi di diritto naturale inscritti alla base della nostra civiltà giuridica».

A un’Europa che «chiede di distruggere i nostri principi a favore di un’uguaglianza che è appiattimento – ha riflettuto Baccari -, bisogna contrapporre la nostra esperienza derivante da 2.700 anni in cui siamo stati patria del diritto». Più di due millenni di storia in virtù dei quali, conclude la professoressa, «possiamo affermare che la famiglia è stata e deve continuare ad essere “initium”, cioè “principio fondante” della Res pubblica».

Ma non è solo l’importante ruolo della famiglia ad essere messo da parte nella «liquidità» sociale «in cui siamo immersi» ha affermato lo picoterapeuta Marco Scicchitano nel corso del suo intervento. Quello che rischiamo di dimenticare è il riferimento a una «sana differenziazione dei generi sessuali»; l’essere umano «è maschio e femmina». Se è vero, infatti, che «fino a otto settimane dal concepimento – ha detto Scicchitano – l’embrione è indifferenziato, una serie di fattori biologici intervengono successivamente a modificare le connessioni cerebrali che da quel momento in poi caratterizzeranno il sesso del nascituro».

Ne consegue, nel ragionamento dello psicoterapeuta, che «qualunque influenza ambientale sarà sempre inscritta all’interno delle caratteristiche biologiche» inerenti al sesso del nascituro; «si nasce cioè maschi o femmine – ha concluso Scicchitano – e al rispetto di questa differenza bisogna educare i nostri figli» anche perché siano, un domani, «in grado di riconoscere l’importanza di avere un papà “maschio” e una mamma “femmina”».

8 aprile 2014