La forza della vita nel buio del dolore

La parte finale del pontificato di Papa Wojtyla è stato vivere una Settimana santa. «Moriva certo che la morte non è l’ultima scena» di Davide Rondoni *

La Settimana santa, nei suoi giorni finali, è un Gran Teatro. Un teatro estremo. L’estremo atto, il finale e l’inizio. Sempre. Croce e resurrezione, una dopo l’altra e, per così dire, una dentro l’altra. Teatro in cui solo Gesù è protagonista. Signore della scena. E noi lo siamo – noi tutti che moriamo, che abbiamo i nostri calvari – ma solo fino a un certo punto. Lo seguiamo nella via crucis, sì, quella parte possiamo recitarla. Poi a un certo punto Lui deve proseguire da solo. Io li capisco i discepoli. Si fa presto a dire: «Ah, guarda che begli amici, se ne sono andati tutti!». Si fa presto a dire così. Come se fosse facile. Fare la via crucis accanto all’amico amato, senza poter far niente. Perché quello era il volere dei sacerdoti e dei capi. E il misterioso volere di Dio. Si fa presto a dire: io sarei rimasto – come Giovanni. E invece chi ce l’avrebbe fatta davvero? A stare lì ai piedi della croce, dove la sofferenza si fa insopportabile e sembra che Dio si sia dimenticato del tuo amico amato, di suo Figlio. La Settimana santa è un teatro estremo, sì. E alla fine il protagonista è uno solo. Perché è lui il Signore. Noi cosa possiamo di fronte alla morte ? Possiamo – unica parte che possiamo noi – avere la sua resurrezione negli occhi. E nelle fibre del corpo. Come se la stessimo sempre guardando. Come se stessimo sempre guardando il nostro amico che patisce e vince la morte. E ne fossimo pieni di pianto e di risa insieme. Come un po’ folli. E pieni di ferite e pieni di farfalle di gioia.

La parte finale del pontificato di Giovanni Paolo II è stato vivere una Settimana santa. Un teatro dove si vedeva protagonista il Signore. Nella sua forza. E nella sua sofferenza. Perché è vero – come balbettavamo poco fa – che alla scena finale del Gran Teatro arriva da solo, è vero che l’ultimo grido del venerdì e il primo sorriso nell’alba della domenica Gesù li dà in una strana solitudine di semprefiglio, ma è vero anche che i santi sembrano i più vicini alla scena. E vedono bene. E noi vediamo nel loro volto, e nei loro occhi, la scena da cui ci siamo dovuti allontanare. Perché i santi è come se fossero gli ultimi ad andare via dalla gran scena della Solitudine di Dio che muore e risorge. E ne portassero una strana impronta nello sguardo.

Noi guardiamo in quella impronta, in quel riflesso sul viso. In quel riflesso di grido, riflesso di luce. Negli ultimi mesi, nelle ultime settimane e nelle ultime ore di Giovanni Paolo II abbiamo visto il Gran Teatro. La durezza della morte – e anche lo scempio – ma la tenacia e di più, la certezza della vita. Come una luce d’alba dentro al buio del dolore. Come se una forza più forte del suo passato vigore tenesse testa alla morte che voleva dominare. E mentre cedeva il campo, in apparenza, la sua figura vinceva il limite della morte. Lo vinceva evidentemente.

Non ci ha comunicato d’essere un uomo che moriva. Ma un uomo che moriva certo che la morte non è l’ultima scena. Nei santi lo vediamo. Solo nei santi – e nei momenti di santità che tanti uomini hanno – vediamo questo riflesso della scena della croce e della scena che nessuno ha visto, se non poche donne per prime. La scena che fu solo tutta per Gesù. E che Giovanni Paolo II ha mostrato al mondo, come segno potente. Anzi, forse di più. Non sono teologo, sono uno sbandato della poesia. Non so bene cosa dico. Ma credo che in Giovanni Paolo II (come in tutti i santi che il popolo riconosce spesso prima che la Chiesa approvi) non c’era solo il segno, visione, o insomma la rappresentazione di quel Gran Teatro di cui protagonista è il Signore che porta nell’eterno tutti i nostri dolori. C’era proprio la scena. Direttamente, corporalmente. Direi carnalmente.

Per immedesimazione. Per misteriosa commozione e ammissione. Nelle sue poesie giovanili – a circa 20 anni – Wojtyla profetizza un destino per sé: d’essere forgiato come legno dalle mani del grande Intagliatore di Santi. Lui sapeva che stava avvenendo. La poesia si chiama «Magnificat» (è del ’39). Infine, sapeva che stava avvenendo il suo compimento. L’Intagliatore dava gli ultimi dolorosi e gloriosi colpi. Perfezionava. Perché lui stesso da spettatore privilegiato (era Papa! era uno dei grandi, uno degli amici più stretti di Gesù) potesse divenire teatro medesimo. Da osservatore diventare lui stesso, nella carne e nella forza, nella dissipazione e nella solitudine, nella fatica e nella certezza, sì, diventare lui di nuovo contemporaneo teatro della passione e della gloria di Gesù. Divenisse il suo stesso corpo teatro di quella Settimana che non finisce più.

Perché non basta la grande basilica di San Pietro. E non basta il grande scenografico portico del Bernini. E non basta nemmeno la splendida scena dipinta da Michelangelo nella Sistina. Non basta, no, non basta nessuno dei teatri meravigliosi e umili che la cristianità ha sparso rendendo più umano il mondo – chiese, asili, scuole, ospedali, arte e carità. Ci vuole che infine un uomo diventi quel teatro, il Suo teatro. Ci vuole che il corpo di un uomo – allo stesso modo del corpo di Gesù, allo stesso modo della sua presenza carnale e sociale, individuale e esistenziale – diventi il teatro dove rivedere il calvario e il giardino. La morte e il risorgere. Giovanni Paolo II è diventato questo medesimo teatro.

* Poeta ed editorialista

26 aprile 2011

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