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«La gente vedeva in Roncalli l’amore e la carità di Dio»

Certe notizie viaggiano veloci, percorrono centinaia di chilometri più rapidamente di quanto ci voglia per comporre un numero di telefono. Quando da Roma si è venuto a sapere che Papa Francesco avrebbe firmato il decreto per la canonizzazione di Giovanni XXIII, cinquecento chilometri a nord della Capitale, nella bergamasca Sotto il Monte il meno stupito dei suoi 4.300 abitanti è stato monsignor Loris Capovilla, per oltre dieci anni accanto a Roncalli come segretario particolare. Capovilla, 98enne e lucidissimo, quella consapevolezza l’ha custodita costantemente dentro di sé: «Nel mio cuore l’ho sempre venerato come un santo – dice il neo cardinale titolare di Santa Maria in Trastevere -. Sono contento però che la Chiesa abbia deciso di proporlo non tanto alla glorificazione ma alla edificazione di tutti tramite il suo esempio di virtù».

Un esempio che Roncalli iniziò a mettere in pratica sin da giovanissimo, proprio nel suo paese natale: Sotto il Monte, in quelle «pianure ricche dove i figli di san Benedetto insegnarono ai nostri antenati – ebbe modo di dire lo stesso Giovanni XXIII – a vangare, zapparle e renderle feconde». Quelle sue umili origini non le ha mai dimenticate, neanche da Papa. Per il cardinale Capovilla «Angelo Giuseppe Roncalli, da bambino fino al tramonto della sua vita terrena, è sempre stato la stessa persona: un cristiano che ha preso sul serio le promesse battesimali»; un cristiano che da sacerdote prima, e vescovo, cardinale e Pontefice poi, «ha sempre vissuto sull’altare tra il libro, quello della divina rivelazione, e il calice che è compendio celeste che ci fa figli di Dio». Anche per questo, il 27 aprile Giovanni XXIII sarà santo. «È riuscito a fare di sé – spiega Capovilla – quello che Roncalli stesso pensava significasse essere santo: “Riuscire ad annientarsi costantemente, riuscire a mantenere viva la fiamma di un amore purissimo verso Dio, dare tutto sacrificandosi per il bene dei propri fratelli, e nell’umiliazione, nella carità di Dio e del prossimo seguire le vie della Provvidenza, la quale conduce le anime elette al compimento della propria missione”».

Una missione che il Papa buono portò avanti, mai come altri predecessori, nelle parrocchie della diocesi di Roma. Uscì dalle mura vaticane per ben 152 volte (il suo predecessore, Pio XII, 3 volte in tutto il pontificato). Ogni volta che incontrava la gente, il popolo di Roma lo riconosceva come suo pastore, come suo vescovo. «Non era solo entusiasmo o semplice simpatia – ricorda il cardinale -, la gente riconosceva in lui, nei suoi occhi, l’amore e la carità di Dio. Era questa una grande lezione che Roncalli dava a chiunque incrociasse il suo sguardo: ci ha insegnato ad amare, incondizionatamente, i nostri fratelli».

Quella del 7 aprile del 1963 è una domenica rimasta impressa nella memoria del cardinale Capovilla e in quella dei tanti romani che accolsero Giovanni XXIII nella parrocchia di San Tarcisio, al Quarto Miglio. Sarebbe stata la sua ultima uscita dal Vaticano; quattro giorni dopo veniva pubblicata l’ultima enciclica di Roncalli, una delle più famose: la Pacem in terris. «Di quella domenica custodisco un ricordo che ancora mi commuove – confida Capovilla -, l’affetto che ho toccato con mano, in quella parrocchia, lo sento ancora», per questo «voglio dire grazie romani! Voi amate il Papa perché egli è il vostro papà; avete capito che Papa Giovanni era buono perché è venuto da voi con le braccia alzate, accoglienti», reggendo «col braccio destro le tavole della legge, col sinistro il discorso delle beatitudini. Ho visto tanta gente piangere quel giorno, ed è bello pensare che la sua voce risuoni ancora per le strade di Roma».

Strade che sono rimaste nel cuore del cardinale Capovilla; come quelle che si riempirono di fiaccole, la sera dell’11 ottobre 1962, fin sotto la finestra di Giovanni XXIII in piazza San Pietro: «Era la luce che dipartiva dalla statua del Divino Salvatore sulla facciata del Laterano e che, raccolta dai romani, veniva presentata al Papa per festeggiare l’inizio del Concilio». È stata la sera di quello che passerà alla storia come il «discorso alla luna». In quell’occasione Roncalli «disse una delle più grandi parole evangeliche: “La mia persona non conta niente, è un fratello divenuto padre per volontà di nostro Signore”. Quella sera capii come paternità e fraternità fossero strettamente correlate nella grazia di Dio. Credo che questo debba essere il messaggio del vescovo di Roma, di oggi e di sempre».

16 aprile 2014