La grande bellezza: Roma vince l’Oscar

Al momento di ritirare la statuetta, Sorrentino scandisce i ringraziamenti. Il primo è per Federico Fellini. Ed è giusto, perché il film ha un’unica vera protagonista: Roma filtrata dallo sguardo del protagonista di Massimo Giraldi

Ora il digiuno è finito. È durato quindici anni, a partire dal 1999 quando Roberto Benigni da par suo mise a soqquadro il palcoscenico dell’auditorium di Los Angeles dopo il premio per La vita è bella. Questa volta a ritirare il Premio Oscar per il miglior film straniero è stato Paolo Sorrentino per La grande bellezza. Al momento di ritirare l’ambita statuetta, il regista scandisce alcuni ringraziamenti, il primo è per Federico Fellini. Ed è giusto, perché il film ha un’unica, vera protagonista: Roma. Filtrata in questo caso dalla presenza e dallo sguardo allucinato di Jep Gambardella, ex romanziere, intellettuale in disarmo, sessantacinquenne che conosce tutti, non perde una festa, ha bisogno di fare le ore piccole per potersi alzare tardi la mattina.

Jep viene dalla provincia, e così il legame con Fellini è sicuro e saldo. Ripensiamo al Mastroianni de La dolce vita e capiamo che , superato il mezzo secolo dall’uscita in sala (1961) e dalla Palma d’oro vinta a Cannes, i tempi erano maturi per un nuovo affresco sulla Roma contemporanea. Da napoletano, il regista accarezza i contorni monumentali e museali della città con insinuante aderenza, da subito alternando scenari del sacro intinti nell’inchiostro con pagine profane intrise di decadente aggressività. I due aspetti procedono di pari passo, intraprendono la strada che conduce al “nulla”. Ben presto il racconto si affolla di un numero sempre maggiore di personaggi alla deriva. Alla fine la grande bellezza in realtà nessuno l’ha trovata, quella di strade e palazzi langue nella polvere dei secoli che passano, affidati a nobili e custodi come larve e mummie invisibili.

Un affresco duro, serrato, impietoso, certamente anche realistico. La bellezza cade su Roma come un macigno e impedisce lo sviluppo di una nuova vita. La “modernità” è lontana. Il fascino visivo delle immagini è notevole e disturbante. Certo ha coinvolto l’Academy lo sguardo spigoloso, ruvido, tagliente che Sorrentino getta sulla città. Un galleria di “mostri”, di uomini e donne dediti a partecipare ad una ricerca di piacere vuota e esteticamente inconsapevole. Una Roma che attira turisti e poi li lascia legati ad un ricordo del passato, a suggestioni che non esistono più. La bellezza diventa sinonimo di tristezza e declino, simbolo di perdita, della fine di valori riconosciuti. Una Roma da cinema, la bellezza di Roma per un film bello e triste. Forse non tutta Roma, ma certo la sensazione che, se il peggio trionfa, forse il cinema la può salvare. Del resto anche per Fellini accadde così. Polemiche all’inizio, poi il riconoscimento di un film epocale.

3 marzo 2014

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