La metafora di “Una notte in Tunisia”

Al Teatro Quirino Alessandro Haber veste i panni di X, politico che ricorda Bettino Craxi negli anni del suo volontario esilio ad Hammamet di Toni Colotta

I personaggi della vita politica non hanno trovato spazio apprezzabile sui palcoscenici, non sono cioè diventati personaggi di teatro. O meglio lo sono stati come oggetto di satira ridanciana, di caricatura un po’ rozza che ne enfatizzava i difetti esteriori perché si ridesse di loro. Il Salone Margherita in passato ne fu la sede con diretta tv, finché non calò la scure del disinteresse. Perciò ci coglie a freddo lo spettacolo approdato al Quirino in chiusura di stagione, “Una notte in Tunisia” su testo di Vitaliano Trevisan, in scena fino al 22.

Non è la Tunisia dei nostri giorni di fuoco bensì quella anni ’90 del secolo scorso che ospitò Bettino Craxi, autoesiliatosi nell’ultimo scorcio di vita (morì nel 2000). Latitante per la giustizia italiana, incupito dalla depressione e dagli acciacchi, fu protagonista in tale solitudo come lo era stato fino a poco prima nella politica nazionale. Trevisan lo pone al centro di una situazione immaginaria in cui gli è unico compagno e interlocutore passivo il portiere di notte dell’Hotel Raphael, sua residenza romana. E ne fa il perno di una costruzione drammaturgica eccellente per asciuttezza e intensità dialettica, evitando il giudizio storico. Anzi, con l’intento di elevare il tutto alla metafora di un politico privato della politica, copre l’identità di Craxi con il nome enigmatico X, lasciando che siano i suoi pensieri, gli scatti polemici, le invettive a farcelo riconoscere per quello che fu, nel bene e nel male.

E per quanto l’ottimo Alessandro Haber, nell’impersonarlo sulla scena eviti la smaccata imitazione e si tenga su una asettica «lettura», le battute rinviano chi visse quegli anni ad una crisi della vita pubblica tuttora avvertibile. Ed è qui il sale e il pepe del manicaretto di Trevisan. Dunque, nell’azione immaginata giungono in Tunisia ad Hammamet la moglie e il fratello di X – contrassegnato come personaggio da XX -, quest’ultimo recando con sé referti e lastre dell’ultimo controllo medico dell’esiliato, documento irrefutabile della malattia terminale. Lui, X, è tutto immerso nella raccolta delle memorie da lasciare per l’Italia. Dove non intende più tornare. Ma una notte il vento tunisino…Il dramma umano di X è nel farsi egli stesso, con la malattia che lo divora, l’emblema del marcio che dilaga nella società. Da qui l’ossessiva e brillante esternazione, a volte becera, per esorcizzare la morte che arriva. Tragicommedia secondo la definizione apposta da Trevisan al suo copione. Che la regista Andrè Ruth Shammah racchiude in forme semplici, secche, senza abbandoni emotivi. Dando spicco alla parola teatrale e alla metafora che le è sottesa.

16 maggio 2011

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