La passione per l’italiano: intervista a De Mauro

Il professore emerito di Linguistica generale e presidente della Fondazione Mondo Digitale: «La cultura è una realtà complessa; ogni strato comunica e si alimenta del contatto con gli altri» di Laura Badaracchi

La sua passione per la lingua italiana, e non solo, è ancora vivissima. Tullio De Mauro, classe 1932, dal 2007 professore emerito di Linguistica generale all’Università La Sapienza, continua a promuovere un’alfabetizzazione che usufruisca dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie. Presidente della Fondazione Mondo Digitale, ritiene che l’alfabetizzazione informatica di alcune fasce della popolazione – come gli anziani e gli immigrati – costituisca una grande risorsa anche per valorizzare la nostra lingua.

Già ministro dell’Istruzione, è stato insignito da diversi atenei stranieri di lauree honoris causa: l’ultima gli è stata conferita il 10 novembre scorso all’Università Sorbonne Nouvelle di Parigi, e si aggiunge a quelle di Louvain Catholique, Ècole Normale Supérieure de Lyon, Tokyo Waseda, Bucarest. Tra i suoi volumi più recenti, “La cultura degli italiani” (uscito per Laterza in una nuova edizione ampliata), “In principio c’era la parola?” (Il Mulino) e il “Grande dizionario italiano dei sinonimi” in due volumi, edito dalla Utet.

Per lei la cultura non va “confinata” in ambiti letterari, che rischiano di rimanere autoreferenziali senza intercettare il Paese reale…
Lavorando sulla capacità di comunicazione attraverso parole e simboli nelle comunità umane, ho imparato a capire quanto era giusta l’idea dei padri latini, dai quali abbiamo appreso la parola “cultura”, e di grandi pensatori come Kant o Carlo Cattaneo e, anche, dei moderni studiosi di antropologia: l’idea che la cultura sia una realtà complessa che va dalla elaborazione di risposte e abilità per la sopravvivenza all’elaborazione di tecniche per la produzione di manufatti, fino alle elaborazioni più sofisticate dell’intelligenza: le creazioni artistiche e letterarie, le scienze naturali ed esatte, la storia, la filosofia. Ogni strato comunica e si alimenta del contatto con gli altri. È una limitazione, in sé innocente ma fuorviante, credere che la cultura sia solo sapere di Petrarca o Joyce, e non anche l’accesso e l’esperienza e il gusto del patrimonio di elaborazioni e tradizioni di una comunità, dal modo di abitare o di alimentarsi alla padronanza di tecniche, alle conoscenze scientifiche, al gusto artistico o letterario. Tutto ciò nell’insieme costituisce la cultura di un Paese.

Quali i punti di forza e quelli di debolezza della cultura italiana?
Il panorama è contraddittorio. Abbiamo punti di forza ereditari, per esempio la dieta mediterranea, le abitudini alimentari che le pubblicità cercano di incrinare, intrecciati a punti di debolezza. A buoni livelli e modelli di igiene privata, conquistata anzitutto dalle donne dagli anni Cinquanta, si intreccia lo stato di abbandono delle strade di troppe nostre città, l’incuria o l’assenza di aree verdi, le spinte al consumismo anche negli strati più poveri. A punte elevate di sviluppo degli studi scientifici e storici si intrecciano i bassissimi livelli di propensione alla lettura e, peggio ancora, di alfabetizzazione funzionale.

Secondo lei politiche scolastiche e tassi nazionali di alfabetizzazione sono una testimonianza della scarsa attenzione verso la cultura?
Sì, dai tempi dell’Italia preunitaria abbiamo avuto ceti dirigenti che, diversamente da quanto è avvenuto altrove, non hanno concentrato le loro attenzioni e le nostre risorse nello sviluppo delle scuole e nell’acquisizione di strumenti minimi indispensabili per orientarci in una società moderna.

Si accusa la tv di abbassare il livello culturale e di omologare il linguaggio. Tuttavia, lei ricorda che paradossalmente è stato proprio il piccolo schermo a veicolare la prima vera cultura italiana di massa. Quali gli effetti di questa trasformazione sociale?
Come in diversi abbiamo cercato sempre di sottolineare (ricordo tra tutti un osservatore attento come Enzo Golino), televisione è un sostantivo di forma singolare e di significato plurale. Fino agli anni Ottanta le trasmissioni, anche quelle più divertenti e di intrattenimento, hanno avuto un notevole livello di dignità e, come ho potuto mostrare più di quarant’anni fa con indagini sul campo, l’ascolto televisivo svolse una funzione assai importante nel diffondere l’uso dell’italiano parlato e di conoscenze sull’ambiente, la salute, la musica, la letteratura, le scienze. Dai primi anni Novanta una serie di sciagurati decreti e provvedimenti legislativi ha elevato al rango di reti nazionali alcune tv commerciali, che hanno abilmente fatto il mestiere di succhiare pubblicità alle reti pubbliche e ai giornali. L’effetto è stato un’invasione di pubblicità (condannato dall’Unione Europea) e una rincorsa al basso dei programmi, nel tentativo di accaparrarsi audience attraverso l’esibizione sfacciata di corpi femminili e volgarità d’ogni genere. C’è chi resiste, perfino nelle reti private, ma sono isole in un mare di promozioni della volgarità e del intontimento collettivo. Potrebbe aiutarci il rispetto delle normative europee, ma per ora è notte.

Con la Fondazione Mondo Digitale cerca di promuovere una cultura dell’integrazione: con quali strumenti?
Cerchiamo di creare dei modelli che mettano in rete e rendano largamente disponibili buone pratiche di innovazione sociale e culturale nelle scuole e nella formazione permanente di adulti, ragazzi, anziani. L’iniziativa di “Nonni su internet”, sviluppata con successo nei centri anziani di Roma, si è tradotta in accurati manuali su carta e in rete che spiegano passo passo a chi vorrà come appropriarsene e ripeterla e magari migliorarla. La stiamo esportando in altre regioni e perfino in altri Paesi europei. È solo un esempio… L’accesso a internet apre occasioni di lettura e di comunicazione scritta in una misura sconosciuta pochi anni fa; la questione è quella di immettere buoni contenuti in rete o, meglio, di sapere utilizzare con intelligenza l’enorme ricchezza di contenuti che la rete ci mette a disposizione, rafforzando da una parte le radici delle nostre identità linguistiche e culturali e insieme aprendoci a sapere mettere a frutto la ricchezza delle altre tradizioni e culture.

25 novembre 2010

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