La Quercia millenaria, accanto a chi non si arrende all’aborto

Dal 2005 la onlus che coinvolge trenta medici e cinquanta famiglie, ha aiutato più di duecento bambini a nascere, secondo il modello dell’hospice perinatale, unico in Italia di Lorena Leonardi

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Una coppia, che aveva già un figlia di qualche anno, un giorno scopre di aspettare un altro bambino, malato. Decide di non abortire: sarebbe stato il destino, o Dio, a stabilire quanta vita regalare a quella creatura sfortunata. Pochi respiri, ma ci sono stati. Tempo dopo, al cimitero, in visita al fratellino vissuto il tempo di un soffio, la primogenita chiede alla mamma perché se n’era andato così presto. Lei gli spiega che stava male, e avrebbero potuto impedirgli di nascere, ma loro hanno voluto conoscerlo. La bambina, tra le lastre di marmo sfiorate dal sole, risponde: «Mamma, meno male. Se un giorno mi ammalo, tu non mi uccidi».

«Se a tre anni mio figlio viene colpito da una leucemia, che faccio, gli sparo? No, chiaramente. E allora perché dovrei ammazzarlo quando ha cinque mesi, nel mio grembo?» Sabrina Paluzzi, presidente della onlus “La Quercia millenaria”, non riesce a capacitarsi. Su tutti i giornali rimbalza la storia di Valentina, la ragazza che nel 2010 sarebbe stata costretta ad abortire il figlio geneticamente malato da sola, nel bagno dell’ospedale Pertini, perché, tutti obiettori, nessun medico l’avrebbe soccorsa. «Avrebbe potuto sporgere denuncia, quindi forse non c’erano gli estremi per farlo. E poi, se la villocentesi, che rivela la patologia del feto, si fa tra la decima e la dodicesima settimana, come è possibile che per abortire abbia aspettato la ventunesima? Qualcosa non torna. Ma intanto viene ripescata una vicenda di quattro anni fa che serve allo scopo di ritoccare la legge 194 e la legge 40» che regolamentano, rispettivamente, aborto e fecondazione assistita.

«Oggi i medici obiettori raggiungono quota 70%, non perché – riflette Sabrina – vogliono fare carriera, come spesso si sente dire, ma perché uccidere un bambino è contrario al giuramento di Ippocrate». Per legge le ore lavorative dei non obiettori vengono spalmate in modo da coprire tutti gli orari. Chi desidera ricorrere, entro il terzo mese, alla interruzione volontaria di gravidanza, può farlo. Entro il quinto mese si può, con l’aborto terapeutico, sopprimere un feto con malformazioni che lo rendono “incompatibile con la vita”. Come un pezzo di puzzle che non s’incastra bene con un puzzle più grande. Come se tutti noi che immeritatamente e imperfettamente respiriamo, camminiamo, amiamo e ci ammaliamo, fossimo infrangibili, un innesto riuscito, un tratto senza sbavature.

Più o meno “incompatibili con la vita”, da ogni punto di vista, dall’inizio o da un certo punto in poi, lo siamo tutti. «Ma non è vero che non c’è scelta. L’alternativa al far west delle leggi è accogliere il proprio bambino così come è», spiega Sabrina, che per prima ha deciso di dare la vita a Giona, oggi un figlio che sorride ma, soprattutto, un bambino che c’è. Portare a termine la gravidanza, prosegue, è una «scelta naturale che rispetta la genitorialità, la coppia e l’amore per il progetto-figlio. È un’opzione che tiene unita la struttura famigliare e dà ragione agli altri figli esistenti della preziosità della vita». “La Quercia millenaria” sta accanto a chi non si arrende all’aborto: esistono le diagnosi sbagliate, le terapie fetali e, in ultima analisi, la possibilità di accompagnare per mano il proprio figlio, fino alla fine.

Dal 2005 la onlus (www.querciamillenaria.org), che coinvolge trenta medici e cinquanta famiglie, ha aiutato più di duecento bambini a nascere, secondo il modello dell’hospice perinatale, unico in Italia. Dal 2006 (ma, ufficialmente, solo dal 2012) il protocollo di comfort care viene praticato all’interno del policlinico “Agostino Gemelli”, oggi anche al “Santa Chiara” di Pisa e presto verrà esportato a Genova, Verona e Cosenza. Dal servizio fotografico, che immortala i preziosi momenti di vita insieme, all’impronta di manine e piedini, l’esperienza, anche fugace, di genitorialità e famiglia si condensa nella “memory life box”, una scatola contenente tutto quello che riguarda la vita del bimbo, strumento prezioso per elaborare in modo sano il lutto. «Le coppie che fanno questo tipo di percorso – racconta Sabrina – non vivono i traumi di chi ricorre all’aborto. Dati alla mano, nell’85% dei casi chi sceglie il percorso di accoglienza, una volta morto il bambino, tra 6 e 24 mesi ne aspetta un altro. I genitori non soffrono di depressione, non si separano».

Alla base della scelta del non aborto non sempre c’è una confessione religiosa: «Le mamme sono mamme. Ho incontrato atee, musulmane, donne che avevano precedentemente abortito e sceglievano l’accompagnamento sicure che più di prima non avrebbero potuto soffrire. Mamme – prosegue Sabrina – consapevoli che un figlio, se malato, ha ancora più bisogno. E va accudito, fino all’ultimo respiro». Ossessionati dai diritti, dimentichiamo la grazia di vivere. Più o meno perfetti, più o meno compatibili. Quando, in fondo, il problema non esiste: «Per essere felici, anche per poco tempo, basta che si venga amati».

14 marzo 2014

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