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La Rai, tra servizio, qualità e nuove tecnologie

«L’incontro di questa sera manifesta un’alleanza viva fra La Civiltà Cattolica e l’Unione stampa cattolica italiana, un’alleanza antica con i colleghi giornalisti, non solo cattolici». Così padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha aperto la tavola rotonda, organizzata con l’Unione stampa cattolica italiana nella sede della rivista di via Pinciana mercoledì 7 maggio, sul tema “La Rai dei cittadini, il servizio pubblico per la qualità della comunicazione”. «Oggi – ha detto padre Spadaro – l’informazione da “trasmessa” sta diventando sempre di più “condivisa”, nel senso che ormai è raro trovare una testata che non permetta la condivisione di contenuti nei network sociali, quindi anche il concetto di “servizio pubblico” va rivisto sotto questa luce».

A tracciare le linee del dibattito monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: «Se non spetta certamente alla Chiesa dire come va gestita la Rai – ha indicato – credo che la Chiesa possa ricordare che in Italia c’è ancora bisogno di un servizio pubblico che elevi la qualità dei modelli culturali e pensi soprattutto ai giovani, vittime principali della crisi ma anche risorsa che non possiamo permetterci di tenere ancora in standby e a cui dobbiamo trasmettere con urgenza un sistema credibile di valori». «I cattolici – ha proseguito il vescovo – devono scrollarsi di dosso la “sindrome dell’imbarazzo”, che porta ad avallare la dissociazione tra fede e cultura, e farsi lievito per suscitare domande, abitando in maniera critica il nostro tempo».

Un’indicazione ripresa nel proprio intervento dal direttore generale Rai Luigi Gubitosi: «Una delle cose che colpiscono nella Chiesa – ha notato Gubitosi – è la persistenza dei valori trasmessi seguendo l’evoluzione della tecnologia, una capacità che deve essere sempre di più anche della nostra Rai». Gubitosi ha quindi concluso con una riflessione sull’importanza sociale del sistema pubblico radiotelevisivo: «Se la Rai potesse avere un sottotitolo dovrebbe essere “Civiltà Italiana”, perché quello che l’azienda deve fare è sostenere il sistema culturale del Paese con uno stile riconoscibile, che la renda unica nel panorama dell’offerta mediale, che poi è lo stile, appunto, del “servizio”».

Servizio, qualità e nuove tecnologie sono stati i temi su cui la tavola rotonda si è concentrata, ribaditi anche in un messaggio fatto pervenire dalla presidente della Rai Anna Maria Tarantola, che ha espresso la necessità dei servizi pubblici di trasformarsi «da emittenti radiotelevisive a media-company, presenti su tutte le piattaforme», puntando alla qualità e alla varietà dell’offerta. «Quando nel 2012 l’Ucsi ha avviato l’Osservatorio di mediaetica – ha sottolineato Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi – sapevamo che la questione del servizio pubblico sarebbe stata centrale. Fra due anni la Rai arriverà in scadenza del suo contratto, per cui è importante confrontarci su come possa conservare il suo ruolo». Paghiamo il canone, ha sintetizzato Melodia, «perché consente a tutti di vedere programmi di qualità, ma la qualità deve essere misurabile».

Antonio Giacomelli, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico, ha quindi indicato tre obiettivi che la Rai dovrebbe perseguire: «Rendere il canone meno odioso, trovare un meccanismo di pagamento rapportato alla capacità di spesa dei cittadini ed evitarne l’evasione». «Nessuno si sveglia di notte pensando alla nuova concessione Rai – ha concluso infine il direttore del Censis Giuseppe Roma – ma alla Rai bisognerebbe pensare senza dimenticare ciò che essa è: un grande patrimonio nazionale».

8 maggio 2014