La scuola dell’infanzia e l’Insegnamento della religione cattolica

di Filippo Morlacchi

La giornata di sabato scorso (23 febbraio) Benedetto XVI ha consegnato alla nostra diocesi la Lettera sul compito urgente dell’educazione. Si tratta di un testo semplice e breve, che invita a superare l’attuale difficoltà a trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio di esperienze acquisito dagli adulti. In poche parole: la difficoltà di educare e insegnare. Più che le singole riflessioni presenti nella Lettera – tutte condivisibili, tutte importanti, nessuna probabilmente risolutiva – mi sembra che soprattutto l’idea stessa di mettere a tema la centralità dell’educazione abbia riscosso un larghissimo consenso, e non solo tra i presenti all’udienza in piazza San Pietro. Le indicazioni in essa offerte («semplici e concrete, sugli aspetti fondamentali e comuni dell’opera educativa», ha detto il Papa nel discorso di presentazione) non vogliono essere delle ennesime “linee guida per una riforma della scuola” o “norme per aggiornare i metodi educativi”. Sono indicazioni che il vescovo di Roma offre ai suoi fedeli. Però una rivista specializzata sul mondo della scuola, sbilanciandosi lodevolmente, ha affermato che «la Lettera può tornare utile anche al di fuori delle mura capitoline». Perché questi elogi? A mio giudizio, in una cosa il Papa ha proprio fatto centro: tutti si rendono conto che per riqualificare il sistema scolastico è necessario scommettere in primo luogo sull’educazione.

La riscoperta della vocazione educativa della scuola non è un’invenzione della Chiesa, ma un’esigenza del presente. Anche oggi che i gravi dissesti del sistema scolastico italiano sono sotto gli occhi di tutti, una scuola “tecnicamente perfetta” non è un miraggio appetibile (sebbene arduo): piuttosto, potrebbe rivelarsi un incubo angosciante, se “scuola tecnicamente perfetta” significa “efficiente ma senz’anima”. Una scuola “tecnicamente perfetta” non basta. Non bastava cent’anni fa, ma soprattutto non basta oggi. Certamente, tutti vogliamo una scuola all’altezza del suo compito formativo e professionalizzante, capace di preparare cittadini italiani ed europei pronti ad entrare nel mondo del lavoro. Ma non vogliamo una scuola priva di umanità. Ogni vera educazione deve mirare allo sviluppo integrale della persona e della sua humanitas. Il Papa lo ha ripetuto ai docenti nel citato discorso: «…il vostro compito non può limitarsi a fornire delle nozioni e delle informazioni, lasciando da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita. Siete infatti, a pieno titolo, degli educatori: a voi, in stretta sintonia con i genitori, è affidata la nobile arte della formazione della persona».

Per questo iniziamo oggi una perlustrazione dei diversi ordini di scuola, per riflettere su cosa va bene e cosa potrebbe andare meglio, su cosa può fare la comunità cristiana per assumersi responsabilmente il «compito urgente dell’educazione» nel mondo dell’istruzione scolastica. E rifletteremo anche sul ruolo che l’Insegnamento della religione cattolica (o Irc, come si dice in gergo) può svolgere in relazione a questa delicata missione.

Iniziamo dalla scuola dell’infanzia, cioè quella che accoglie bambini da tre a sei anni. Le recenti Indicazioni per il curricolo (l’ultimo documento ufficiale sulla scuola italiana) hanno articolato le attività previste per questi piccoli alunni non in discipline, ma in cinque «campi di esperienza» (Il sé e l’altro – Il corpo e il movimento – Linguaggi, creatività ed espressione – I discorsi e le parole – La conoscenza del mondo). Negli anni è infatti cresciuta la consapevolezza che il bambino a quell’età apprende soprattutto dall’ambiente che vive e sperimenta, assecondando la sua naturale curiosità esplorativa e ponendosi i primi grandi interrogativi. Può sembrare strano quindi che, rispetto all’approccio globale che caratterizza questa fascia d’età, sia previsto uno specifico insegnante di religione cattolica. Eppure, ci teniamo moltissimo. Non perché – come qualcuno malignamente insinua – in tal modo i cattolici vogliano imporre la fede cristiana ai piccolissimi: sono infatti i genitori a chiedere l’Irc o a scegliere di non avvalersene. Il motivo è che la sensibilità religiosa naturale dei bambini è elevatissima, e merita di essere riconosciuta e coltivata. Perciò una scuola che non offrisse ai fanciulli l’opportunità di familiarizzare con la dimensione religiosa dell’esperienza umana sarebbe una scuola parziale e monca.

C’è dell’altro: la dimensione religiosa si rapporta a tutti e cinque i campi di esperienza delineati dalle Indicazioni ministeriali. Per questo la Cei sta impegnandosi, in vista della revisione della Indicazioni, affinché l’Irc non venga considerato “un campo di esperienza a sé stante”, ma si riconosca il suo contributo in relazione ad ogni campo di esperienza, «per contribuire a rispondere al bisogno di significato di cui [i bambini”> sono portatori». La formazione della persona comincia nella prima infanzia. E se un tempo l’apertura del cuore a Dio nasceva sulle ginocchia della nonna, è importante che anche nella scuola il bambino sia invitato a pensarsi in relazione con Dio. Il servizio svolto nella scuola dell’infanzia da tante insegnanti di religione (e anche alcuni uomini!) rischia di non avere il riconoscimento che meriterebbe. Perché è il primo ambiente in cui lo stupore che ci affascina negli occhi dei bimbi può essere educato e diventare apertura al mistero di Dio e dell’uomo.

29 febbraio 2008

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