La violenza spaventa i cittadini laziali

Una ricerca sulla percezione della sicurezza: chi risiede nel territorio regionale teme le aggressioni, la criminalità e la mancanza di un lavoro di Mariaelena Finessi

Sono la violenza (70,9%) e la mancanza di un lavoro (57,9%) a rappresentare, oggi, i due peggiori incubi dei cittadini laziali. A rivelarlo è uno studio sulla percezione della sicurezza condotta da un gruppo di ricerca della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, presentato a Roma il 21 luglio dal presidente dell’Osservatorio regionale per la sicurezza Enzo Ciconte, dall’assessore regionale alla Sicurezza Daniele Fichera e dal preside della facoltà Mario Morcellini. Nella classifica delle paure, seguono quelle legate alla crisi valoriale (28,9%), all’inquinamento (25,9%), all’immigrazione (25%), alla mancanza di servizi (22,2%), alla droga (19,6%), al traffico (16,9%), al degrado urbano (14,5%), al bullismo (12,6%) e alla solitudine (5,9%).

In particolare, sarebbero le donne e gli anziani a sentirsi più esposti. Ma se a spaventare le prime sono i crimini che insidiano il corpo e la propria routine quotidiana (furti, rapine, aggressioni, stupri), i secondi temono la criminalità e denunciano, nel 70% dei casi, di avere apprensione ad attraversare da soli spazi aperti o poco illuminati. Quanto agli uomini, la criminalità per loro «assumerebbe una connotazione più “strutturale”, sociale, pervasiva innanzitutto – spiega la ricerca – della dimensione economica e del lavoro». Più forte, nella percezione maschile, i fenomeni delle truffe, del racket, dell’usura, della criminalità organizzata ma anche del traffico di rifiuti e del lavoro nero, specie tra i giovani.

Il report – frutto di questionari telefonici sottoposti, tra marzo ed aprile 2009, ad un campione di 1.014 maggiorenni domiciliati nel Lazio – propone poi una geografia delle paure. La percezione di insicurezza dovuta alla delinquenza è più forte nelle province di Viterbo, Frosinone e Rieti, che sono anche le meno popolate, e nei comuni sotto i 15mila abitanti, poco abituati al passaggio e all’incrocio delle culture. «Non a caso Roma – si legge nella ricerca –, la città incomparabilmente più cosmopolita, presenta rispetto a queste voci valori tutti più bassi delle altre province». Eppure, un romano su due ritiene che negli ultimi 12 mesi la criminalità in città sia aumentata e la ragione, almeno per oltre il 60% degli intervistati in tutto il Lazio, è correlato all’aumento dell’immigrazione. Nonostante questo, l’82% degli interpellati riconosce che «tra gli immigrati c’è molta gente onesta che ha voglia di lavorare», e il 70% li ritiene facili capri espiatori, vittime di pregiudizi e stereotipi. Percezioni di insicurezza, quelle lamentate dai laziali, che non sembrano dar luogo, quindi, ad atteggiamenti di rifiuto o di intolleranza nei confronti degli stranieri.

Guardando alle possibili soluzioni, «per rendere più sicuro» il luogo in cui si vive, «la prima cosa da fare» è di aumentare il controllo e la presenza delle forze dell’ordine (62,7%). In secondo luogo, garantire una maggiore certezza della pena (58,5%) e, infine, favorire l’occupazione (36,5%). Quanto agli strumenti di tutela, si preferisce nettamente la videosorveglianza (80%) alle ronde (19,8%): «I cittadini – commenta l’assessore Fichera – mostrano di rifiutare le risposte demagogiche, chiedendo invece risposte istituzionali basate su azioni concrete ed immediatamente percepibili sul territorio». Secondo Fichera, va poi spezzata la spirale dell’allarmismo che genera ulteriori paure: «Questa indagine – chiarisce – segnala infatti una percezione di insicurezza nei due terzi degli interpellati, in modo quindi indipendente dall’esperienza personale visto che ad essere coinvolto direttamente in episodi di violenza è stato invece solo il 15% degli intervistati».

22 luglio 2009

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