L’Acr di San Gaetano adotta l’oratorio di Lucoli

Una giornata nelle tendopoli allestite per ospitare gli abitanti della cittadina a 15 chilometri dall’Aquila, tra celebrazioni, saloni da parrucchiere improvvisati e pasti consumati tutti insieme di Emanuela Micucci

Le vicine montagne sono imbiancate, domenica mattina, quando arriviamo a Lucoli, 15 chilometri dall’Aquila, vicino all’epicentro del terremoto che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile scorso. Neve fresca caduta tre giorni prima, mentre sulle tendopoli del paese si abbatteva la pioggia e ci impantanava nel fango. Portiamo il materiale per riattivare l’oratorio San Giovanni Battista. Lo ha raccolto durante la settimana l’Acr (Azione cattolica dei ragazzi) della parrocchia San Gaetano. Venti acierrini che, con gli educatori, hanno adottato il comune marsicano. Mille abitanti distribuiti in 18 frazioni tra i 900 e i 1.500 metri di altitudine, sotto Campo Felice. Un progetto destinato a proseguire oltre l’emergenza, per almeno 2 o 3 anni.

«Abbiamo scelto uno dei centri gemellati con la Caritas diocesana di Roma – spiega Luca Napolitano, un educatore –. Il parroco ci ha detto che per le scorte alimentari e i prodotti d’igiene sono abbondanti, ma sarebbero stati felici di ricevere doni utili per far ripartire la vita dell’oratorio, che era frequentato da gente di tutte le età, dai 5 agli 80 anni». Ospitato nell’abbazia di San Giovanni Battista, l’oratorio è nato 5 anni fa ed è il punto di riferimento della pastorale di Lucoli. «Unico per tutte le frazioni – spiega don Nicola Lombardo, il giovane parroco siciliano –, è organizzato sull’esempio di quelli salesiani. Lo frequentano ogni sabato pomeriggio 50 ragazzi e una dozzina di animatori. Il rischio è che con il terremoto questa esperienza si perda». I danni maggiori, infatti, sono stati riscontrati nei locali che lo ospitano. «Abbiamo creato il gruppo di Facebook Save the dreams -Terremoto d’Abruzzo per raccogliere fondi per casette di legno», prosegue Claudio, un collaboratore. Il Centro oratori romani dovrebbe offrire una tensostruttura.

Intanto, al materiale per le attività ha pensato l’Acr di San Gaetano, mobilitando nella raccolta la comunità parrocchiale, i cittadini e i negozianti del quartiere lungo la Flaminia Nuova. Ognuno ha collaborato come poteva. Una gara di solidarietà conclusa domenica con la consegna dei doni. «Veramente anche essendo piccoli, in senso anagrafico ma non solo, si può fare moltissimo», commenta Francesca Mazzoni, responsabile dell’Acr. «Si può essere grandi nel poco», conferma il parroco di San Gaetano, il teatino padre Mariano Palumbo, che il terremoto lo ha vissuto in prima persona, a Napoli nel 1980. «Avevo 17 anni – racconta –. Ho perso la casa e per 2 anni ho dormito con la mia famiglia in una scuola. So cosa significa il disagio di non avere nulla. Ti aiuta a prendere coscienza della tua vita. Ho sperimentato che lo Spirito Santo, anche in un evento drammatico, fa le sue manovre». Di qui la proposta di adottare Lucoli, «facendogli sentire la nostra vicinanza come comunità parrocchiale non solo nel momento dell’emozione, ma anche nel periodo della ricostruzione. Una presenza familiare, semplice ma responsabile su cui possono contare».

Per ora Lucoli è un paese fantasma. Decine di case sono crollate e «da una prima ricognizione – spiega il sindaco Luciano Giannone – sembra che il 40% degli edifici sia inagibile. Non abbiamo ancora dati ufficiali. Dobbiamo aspettare». Qui operano i vigili del fuoco del Veneto, che parlano del 90% delle abitazioni inagibili nell’area dell’epicentro: danneggiate, a rischio perché vicine a case o strade pericolanti, senza gas. I lucolani sono tutti sfollati. Negli alberghi della costa o in 3 tendopoli. Un centinaio in quella allestita nel campo da bocce di San Giovanni e una settnatina presso la vecchia miniera di Casamaina, a 1.500 metri di altitudine. La tendopoli più grande, 300 persone, è nel campo sportivo di San Menna, la meta del nostro viaggio. La gestisce la Protezione Civile della Valle d’Aosta e può contare sulla presenza fissa di infermieri, psicologi, vigili. «Molti sono gli anziani, tanti allettati», afferma un volontario della Croce Rossa.

Ogni mattina arriva il pane dal forno del paese. La notte del sisma era l’unica luce accesa e tutti gli abitanti si sono raccolti lì davanti, ricorda il fornaio Ferdinando Scaramella, 43 anni e tre figli. «Ho fatto il pane. L’ho regalato alla gente di San Menna. C’è sempre bisogno del pane». Nel campo la corrente elettrica è distribuita a orari fissi, i pasti si consumano nella grande tenda-mensa, le docce e i servizi igenici sono in comune. Da pochi giorni è attivo un ufficio postale mobile. Quando arriviamo, un gruppo di parrucchieri romani è al lavoro in un improvvisato salone di bellezza, all’aperto, «per renderci utili anche noi». L’altoparlante annuncia che sta per iniziare la Messa. «Prima si celebrava nella mensa – afferma Patrizia – ma non si conciliava con gli altri orari». Adesso la cappella è la tenda messa a disposizione dalla Caritas di Roma. Ci sono i banchi, il crocifisso, quadri di Gesù Misericordioso e di Don Bosco, una statua della Madonna. Per sacrestia, una stampella con i paramenti sacri.

Conservare salda la fede, però, non è facile. Il sisma, ammette qualcuno, ha aperto delle crepe. Altri si sono invece riavvicinati al Signore, come un uomo che ha chiesto al parroco un rosario per pregare. In tanti ringraziano Dio per avere la vita salva. Come R.M., che non vuole rivelare il suo nome: «Abitavo in un palazzo dell’Aquila che è andato completamente distrutto, sarei morta se quella notte non fossi rimasta a dormire qui». Il terremoto è un’esperienza che segna profondamente. «Non dimenticherò mai più quel rumore – afferma Natalina, infermiera –. Il suono ti resta nelle ossa e nelle orecchie». A ogni nuova scossa l’incubo sembra ricominciare.

Giorni terribili in cui al dolore si sommano i disagi della convivenza forzata. Sui tavoli della mensa un avviso invita i lucolani a rendersi disponibili e a rispettare i turni di lavoro e pulizia. Per partecipare insieme all’organizzazione della tendopoli. Un punto sui cui la tensione tra gli abitanti, i volontari, le autorità si può toccare con mano. Eppure, è urgente ritrovare una normalità di vita nel campo. Perché, spiega un responsabile della Protezione Civile valdostana, la tendopoli è gestibile fino al 30 giugno. Tuttavia, avuto il permesso dal sindaco, possono costruire in 3 mesi un villaggio prefabbricato in legno per 400 persone. Intanto i lavori di messa in sicurezza degli edifici non si fermano neanche la domenica. Sono appena terminati quelli della piccola chiesa parrocchiale, gioiello d’arte del IX secolo, intitolata all’egiziano San Menna. Intatta all’esterno, come altri edifici, è ricoperta dalle puntellature all’interno. Nel prato accanto alla chiesa, sotto i gazebo, sabato «è ripartito l’oratorio – racconta Mariangela, la responsabile – ma sono venuti pochi bambini. Oggi (domenica, n.d.r.) è stata una bella giornata non tanto per l’aiuto materiale che ci avete dato ma soprattutto per il vostro affetto e per il vostro sostegno. Per noi significa tantissimo».

29 aprile 2009

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