Le cure perinatali, alternativa all’aborto

In un convegno al Gemelli il punto sulla possibilità di curare i bambini ancora nel grembo materno. Atteso il papà di Chiara Corbella, che invece era con l’altra figlia diventata mamma di due gemelli di Daniele Piccini

Nella convinzione che la festa della donna sia soprattutto la festa della vita, il Policlinico Agostino Gemelli ha celebrato l’8 marzo organizzando, venerdì scorso, un convegno dedicato alle cure perinatali, a quelle palliative e all’accompagnamento al feto terminale: “Vedere per curare, accompagnare per amare”. Alessandro Caruso, direttore dell’Unità operativa complessa di Ostetricia e Ginecologia del Gemelli, ha sottolineato la «grossa contraddizione» che investe la scienza perinatale. «Da un lato – ha detto – nuove tecnologie per curare il feto in utero, dall’altro numeri impressionanti di aborti volontari di feti portatori di anomalie congenite». Qualche dato. «Secondo l’Istat dal 1981 al 2011 – ha precisato Caruso – le interruzioni volontarie dopo la 12° settimana sono passate dallo 0,5% al 3,2%». Come contrastare questa «schizofrenia culturale»? Intanto con il Telefono rosso, «un’unità operativa che fornisce circa 6mila consulenze telefoniche, restituendo serenità al 90% delle pazienti che sarebbe già indirizzata verso l’interruzione di gravidanza». E poi con l’Hospice perinatale della Quercia Millenaria, che lo ha impiantato al Gemelli, così come al Santa Chiara di Pisa e, a breve, in altre 3 strutture italiane: l’unico in Italia, a fronte dei 120 in Usa, 6 in Canada, 3 in Inghilterra, 3 in Irlanda, 2 in Polonia e Norvegia (7 in totale, in Europa). Una struttura che «quando non è possibile curare “accompagna”, contiene l’impatto della sofferenza della coppia. In dieci anni di attività, l’Hospice perinatale del Gemelli ha accompagnato quasi mille famiglie e fatto nascere 200 bambini con le terapie neonatali».

A illustrare i nuovi strumenti di indagine applicati alla diagnostica perinatale, il Chromosome Micro Array (Cma) e il Next Generation Sequencing (Ngs), Giovanni Neri, direttore dell’Istituto di genetica medica. In particolare il Ngs utilizza «il sangue della gestante che a 8-10 settimane contiene aliquote di Dna sufficienti ad essere analizzate», con il risultato di consentire «il progressivo abbandono delle tecniche di prelievo invasive». Tecniche che «danno grandi vantaggi» purché la «procedura non escluda il genetista»; purché siano gestite «nell’interesse della madre e del bambino» e «prevalga sempre il concetto che la persona è qualcosa di più della somma dei suoi geni».

Giuseppe Noia, responsabile del Centro Diagnosi e terapia fetale del Day Hospital di ostetricia del Gemelli, ha voluto sottolineare come oggi sia «possibile curare i bambini ancora in grembo materno cambiando la storia naturale di molte condizioni patologiche, per restituire vita al feto erroneamente considerato terminale e speranza alla famiglia». Necessario, sul piano culturale, il superamento della «sindrome del feto perfetto». Anche il bambino abortito, ha evidenziato lo specialista, «è figlio dell’amore. Chi può salire in cattedra e dire che è inutile? Dal 1981 al 2012 è cresciuto 7 volte l’aborto così detto terapeutico, ma noi sappiamo che è eugenetico. Da un lato la scienza usa tutte le tecnologie per curare la persona umana, dall’altro le sviluppa anche per ucciderla. La diagnosi prenatale è come un coltello: per uccidere o per spezzare il pane, stando vicino alla coppia. Il feto è un paziente a tutti gli effetti e dobbiamo evitargli di sentire dolore. Non abbiamo paura della scienza e di Galilei, abbiamo paura di come viene usato Galilei».

Al convegno era atteso il papà di Chiara Corbella Petrillo, morta di carcinoma a 28 anni nel 2011, dopo aver dato alla luce Francesco, posticipando a dopo il parto le cure chemioterapiche che avrebbero potuto mettere a rischio la gravidanza. Roberto Corbella era all’Ospedale Niguarda di Milano, accanto alla sorella maggiore di Chiara, Elisa, di 33 anni, appena diventata mamma di due gemelli, Chiara e Samuele.

10 marzo 2014

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